Ottone, il fascino del giornalismo anglosassone

18 Aprile 2017

E’ morto a 92 anni l’ex direttore del Corriere della Sera che mise Pier Paolo Pasolini in prima pagina

È morto, domenica scorsa, a 92 anni Piero Ottone, decano del giornalismo, ex direttore del Corriere della Sera e editorialista di Repubblica. Pubblichiamo un ricordo di Ottone scritto da Vittorio Emiliani.

di VITTORIO EMILIANI

Piero Ottone, nome di penna di Pier Leone Mignanego, ha attraversato da giornalista e scrittore oltre settant'anni di vita professionale in Italia e nel mondo. Lo incrocio da inviato, quando torna in Italia, al "Corrierone", dopo una quindicina d'anni trascorsi a Londra, dove ha accresciuto l'aplomb anglosassone che già prediligono non pochi genovesi della migliore borghesia, a Bonn e a Mosca. All'epoca cerca di applicare, con pragmatismo, ricette "liberali" che, in quell'Italia del "boom" economico, è per lo meno ingenuo sostenere. L'industria di Stato (energia e acciaio) - da lui mai amata - sta svolgendo un ruolo evidente di supplenza rispetto al capitalismo, spesso "protetto", delle "grandi famiglie". E degli ultimi rampolli innovativi, Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli, velisti come lui, Ottone sarà amico.

La sua storia di giornalista è precocissima, ben raccontata nell'ultimo suo libro "Novanta" (Longanesi, 2014). Nel '45, a 21 anni, dopo una formazione, presto critica, nei Guf, collabora al "Corriere Ligure". Tre anni dopo viene spedito a Londra da Massimo Caputo, acuto direttore della "Gazzetta del Popolo" di Torino, allora importante, e cresce alla scuola di Fleet Street assistendo alla trasformazione del Regno Unito dopo la perdita delle colonie. Poi a Bonn nel pieno della fondamentale rinascita della Germania a potenza industriale. Infine a Mosca durante gli anni del tentativo di Nikita Krusciov di "destalinizzare" l'impero sovietico prima di venire sconfitto dagli "apparatniki".

Lo ricordo poco tempo dopo il suo ritorno, un po' smarrito. Alfio Russo risolleva il "Corriere" dallo "scetticismo infinito" (sua espressione) di Mario Missiroli con una squadra di inviati sui quaranta come lui, Alberto Cavallari, Enzo Bettiza, lanciati a fare inchieste, anche per parare la crescente concorrenza del "Giorno" di Italo Pietra. Lo trovo a Genova - dove Pietra mi manda spesso a fare servizi sulle banchine in mano alle corporazioni - e Piero Ottone propone la ricetta delle "liberalizzazioni" portuali con linguaggio asciutto e distaccato. Troppo presto.

Tuttavia nel 1968 torna a casa da vincitore: la proprietà dei cugini Perrone e Brivio (editori anche del "Messaggero" dai tempi dell'Ansaldo), lo chiama a dirigere un "Secolo XIX" ormai polveroso, per idee e fattura. Ottone lo svecchia subito, lo apre politicamente anche a sinistra, stupendo un po' tutti. Allora si diceva: "a Genova tutti i partiti sono conservatori, tranne il Pci che è socialdemocratico" (ma dispone di un ramificato potere nelle grandi fabbriche, per lo più statali, e nella Compagnia Portuale). Contro di lui insorge la borghesia genovese più retriva. "Un l'è 'n maoista", capita di sentir dire di lui al Tunnel, il magnifico club degli armatori. Ma il rilancio, in copie e in pubblicità, del giornale gli dà ragione in pieno.

E' la collaudata ricetta che porta con sé a Milano quando i Crespi, soprattutto Giulia Maria, pongono fine alla direzione "marmorea" di Giovanni Spadolini, con cui il giornale di Via Solferino ha perso terreno divenendo quasi l'organo. della "maggioranza silenziosa", nemica di ogni novità. In piena contestazione e dopo la strage di Piazza Fontana. "Il Corriere di Ottone ha messo i jeans", si scrive acutamente. In cronaca anzitutto. Raffaele Fiengo governa il fronte sindacale dei redattori ottenendo con lui un importante "statuto dei giornalisti". Il "Giorno" di Gaetano Afeltra (Pietra è stato licenziato col ritorno di Malagodi al governo) va a destra. Il "Corriere" di Ottone va a sinistra. Accetta subito la proposta del vice Gaspare Barbiellini Amidei di far collaborare Pier Paolo Pasolini e lo mette in prima. Ma la sua firma storica più brillante, Indro Montanelli (al quale lui imputa da anni la caduta di Alfio Russo), in privato disapprova sempre più aspramente le sue aperture a sinistra, il suo credito al Pci, infine lo attacca con una intervista esterna (non gliela perdonerà mai). La rottura è cruenta. Montanelli non può rimanere. Quando viene gambizzato dalle Br, il suo nome non compare nei titoli di prima del "Corriere".

Uno dei pochi scarti di Ottone dalla linea "inglese". Nell'ultimo libro ribadisce che a Montanelli non bastava essere un Walter Lippman, "avrebbe voluto essere Hemingway". Se ne andrà da Via Solferino nel '77, prima dell'arrivo in massa della P2. Dopo, sono soprattutto libri, articoli, editoriali, rubriche e molta barca a vela, la sua passione. Sull'Italia è sempre più scettico. Sono venute meno troppe qualità.

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