Pablo Trincia all’Aquila: «Porto in scena un caso di malagiustizia sepolto tra i fascicoli»

Il giornalista sarà domani nel capoluogo abruzzese con il suo racconto teatrale.
“L’Uomo Sbagliato - Un’inchiesta dal vivo” degli anni ’90
L'AQUILA
Una storia può restare sepolta per anni dentro fascicoli, sentenze e vite spezzate. Poi qualcuno decide di riaprirla davanti a un pubblico, senza offrire facili consolazioni. È ciò che fa Pablo Trincia con L’Uomo Sbagliato - Un’inchiesta dal vivo, in scena domani all’Aquila: un viaggio teatrale dentro una strage avvenuta negli anni Novanta tra Puglia e Basilicata, segnata da errori investigativi, condanne controverse e famiglie travolte dalla macchina della giustizia. Trincia evita di anticipare il punto di svolta della vicenda, per non sottrarre allo spettatore la scoperta. «È un enorme caso di malagiustizia. Per questi omicidi erano state condannate diverse persone, poi dieci anni dopo la storia cambia e arriva un uomo che racconta un’altra versione dei fatti».
Come è arrivato a tale storia?
«Me l’ha segnalata Giuseppe Sartori, docente di Neuropsicologia all’Università di Padova. Quando una persona così autorevole ti invita a occuparti di un caso, pensi che valga la pena approfondire. Ho iniziato a studiare e mi sono trovato davanti a una storia piena di anomalie macroscopiche. Abbiamo analizzato le carte e parlato con i testimoni, come si fa in ogni inchiesta. Solo che, in questo caso, il risultato è diventato un racconto teatrale dal vivo».
Le persone coinvolte provenivano da condizioni di fragilità economica. Quanto pesa la condizione sociale davanti alla giustizia?
«Tantissimo. Una condizione di povertà o di carenza di mezzi viene spesso associata a un livello morale più basso. I poveri vengono percepiti come persone disposte a tutto, senza morale e senza educazione. È un pregiudizio che incontro spesso nei casi di cui mi occupo».
La percezione pubblica può essere rilevante. Viene in mente il caso di Enzo Tortora, anche per il peso dell'opinione pubblica.
«La differenza è che intorno a Tortora si sollevò un putiferio. Per il disoccupato di un paesino della provincia pugliese, invece, nessuno alza un dito. Il tema è anche questo: esistono storie di serie A, di serie B e di serie C».
La povertà incide anche sulla possibilità di difendersi.
«Una persona povera non può permettersi i migliori avvocati, le perizie, le indagini parallele o una difesa adeguata all’accusa che le viene mossa. Deve lavorare e affidarsi a chi trova. La povertà diventa quindi sia un elemento di pregiudizio sia un limite concreto per l’imputato».
Perché alcuni casi entrano nell’immaginario collettivo e altri scompaiono?
«Il caso di Emanuela Orlandi lo conoscono tutti perché riguarda il Vaticano, un intrigo, una spy story: contiene tutti gli elementi che piacciono al pubblico e soprattutto a chi racconta. Poi esistono tantissimi casi che gridano giustizia e dei quali nessuno si occupa, perché avvengono nelle periferie. E nelle periferie ci sono i poveri. Si torna a una sorta di suddivisione in caste delle storie: quelle considerate degne e quelle che nessuno guarda, anche se dietro ci sono esseri umani che soffrono, vengono emarginati e puniti».
Dal podcast al teatro: quanto ha dovuto cambiare il suo modo di raccontare?
«Mi piace raccontare con la voce e stare davanti al pubblico, quindi era qualcosa per cui mi sentivo già predisposto. Per me è stata una rivoluzione bellissima. Ho scoperto un mondo meraviglioso: amo sentire il pubblico e le sue reazioni».
Le reazioni degli spettatori modificano lo spettacolo?
«Quando scrivo sto sempre dalla parte del pubblico. Bisogna chiedersi che cosa potrebbe provare, che cosa gli arriverà, che cosa lo farà ridere o gli farà impressione. Con il tempo si aggiusta qualcosa per renderla più efficace, ma l’errore di molti è restare sul palco senza mettersi in platea. Io provo sempre a pensare a come reagirei davanti a quella storia».
All’Aquila era già stato?
«Una sola volta, per il processo d’appello di Rigopiano, e sono rimasto soltanto mezza giornata intorno al tribunale. È una città che non conosco e che mi incuriosisce. Amo moltissimo l’Abruzzo: negli ultimi anni ho scoperto una regione che per me rappresenta una sintesi perfetta di mare, montagna, buon cibo e persone alla mano. Sono un fan delle pallotte cacio e ova e degli arrosticini».

