Per i Solisti Aquilani la bacchetta glamour di Beatrice Venezi

7 Settembre 2022

Il direttore d’orchestra guiderà la formazione abruzzese domani all’Aurum di Pescara: tema, le eroine della storia

«Con I Solisti Aquilani si è creato subito il feeling, sono musicisti di eccezione, di assoluta qualità». Il direttore d’orchestra lucchese Beatrice Venezi, a 32 anni già famosa e richiesta in tutto il mondo, loda la prestigiosa formazione aquilana, storica colonna della musica colta a livello internazionale. Gioventù e storia si incontrano nel segno del talento e dell’eleganza nel concerto di domani a Pescara. Venezi dirigerà I Solisti nel concerto in programma alle 21, piazzale Michelucci dell’Aurum, per il Festival Dannunziano. L’offerta musicale, da Verdi a Shostakovich, da Puccini a Massenet, Cherubini, Giordano, Fauré, proporrà brani incentrati su figure femminili, da Giovanna d’Arco a Medea a Lady Macbeth.
Maestro Venezi, il programma è dedicato a eroine della storia e del melodramma. Com'è maturata la scelta?
È un filone che seguo da tempo, anche nella mia produzione discografica ed editoriale. Il mio ultimo disco Heroines è dedicato alle eroine dell’opera lirica e anche il mio libro Le sorelle di Mozart (pubblicato da Utet due anni fa, ndc) racconta compositrici e interpreti geniali ma escluse per secoli dalla storiografia ufficiale della musica, spesso definite solo in funzione degli uomini, come Nannerl “la sorella di Mozart” o Clara “la moglie di Schumann”. La tematica femminile per mia natura e interesse professionale mi appartiene, mi interessa creare una narrazione delle donne fuori dal cliché e dal femminismo facile. Nel definire il programma ne ho parlato col maestro Maurizio Cocciolito, direttore artistico dei Solisti, e ho trovato il suo interesse.
Nel libro Le sorelle di Mozart. Storie di interpreti dimenticate, compositrici geniali e musiciste ribelli, ritrae artiste eccezionali, partendo da Ildegarda von Bingen per arrivare a musiciste di oggi come Martha Argerich e una sperimentarice come Björk…
Björk l’ha sorpresa, eh? (interrompe ridendo, ndc)
Beh sì. Ma tra le musiciste del passato che racconta quale avrebbe voluto conoscere?
Probabilmente tutte. Mi affascinano per la forza oltre che per la produzione musicale. Ildegarda è un personaggio fuori da ogni schema. Pensiamo al Medioevo come a un’epoca buia, anche se poi sappiamo che non era tale, ma Ildegarda riluce, è una donna di grande libertà nonostante la costrizione delle regole del suo tempo, travolgente nella sua forza se la pensiamo collocata in quello spazio-tempo. E poi Louise Farrenc, che nell’Ottocento si batté per la parità salariale, un personaggio notevole così come notevole è stata la sua musica.
Propone in concerto le autrici di cui ha scritto?
Certo. Ho eseguito Louise Farrenc, Clara Schumann, Fanny Mendelssohn. Ildegarda non ha scritto per orchestra e di Nannerl Mozart non è rimasto nulla purtroppo. Ho eseguito anche Cécile Chaminade, acclamata dai contemporanei, esaltata da Berlioz, ma ignorata dai libri di musica.
Perché in Italia ancora poche donne alla direzione d’orchestra?
È una questione culturale, immagino. Si fa fatica a vedere una donna a capo di un’orchestra, specie in strutture come i teatri italiani di tradizione. È un sistema patriarcale che semplicemente fa fatica a lasciar spazio a una donna. Anche all’estero è così. Sono pregiudizi presenti pure in altri ambiti, non solo nella musica classica. Non è una questione di capacità ma culturale, da affrontare. A maggior ragione per la direzione d’orchestra, ruolo di leader.
Il direttore d’orchestra è in effetti un condottiero, deve segnare lo spazio scenico, farsi seguire con un gesto. Come si fa a nascondere una fragilità, una tristezza? Ammesso che lei ne abbia.
Tutti ne abbiamo. Ma si può far vedere il lato umano, che semmai è una carta vincente. Si possono riconoscere gli errori quando si fanno, perché questo crea ancor più fiducia. Quando si è in orchestra può capitare di ricevere provocazioni dagli orchestrali, ma non si devono raccogliere, non si deve mostrare il fianco, sarebbe una debolezza.
Quando si scende dal podio come ci si sente?
Non sono diversa, non c’è un personaggio costruito dietro il quale mi nascondo, sono sempre la stessa persona, vivo tutto con naturalezza, per quanto la mia vita non sia ordinaria. Una vita fatta soprattutto di studio.
Per raggiungere l’eccellenza si sacrifica qualcosa. Lei cosa ha sacrificato?
Sicuramente non ho avuto l’adolescenza e giovinezza di una persona normale. Ed è stato inevitabile rinunciare a una parte di vita sociale, ma le soddisfazioni del mio lavoro mi ripagano di tutto.
È anche molto pop, va a Sanremo, si fa intervistare dalle Iene, gira spot. Aiuta tutto ciò ad attrarre pubblico ai concerti?
È dichiaratamente fatto a questo scopo. Capita spesso che le persone mi aspettino fuori dal teatro per dirmi che non erano mai state prima a un concerto e che si erano incuriosite vedendomi in tv, e questa cosa è bellissima.