Pingitore si dà all’Opera «Il mio Barbiere di Siviglia scanzonato come il Bagaglino»

Il fondatore del cabaret romano regista dell’opera stasera al Marrucino di Chieti «Ho aggiunto qualche grammo di divertimento in più alla leggerezza di Rossini»
di Anna Fusaro
Si può aggiungere ancor più brio e leggerezza a un’opera di Rossini? È la sfida raccolta da Pierfrancesco Pingitore, maestro della satira popolare, nell’affrontare la regia del nuovo allestimento de “Barbiere di Siviglia” del genio pesarese, al debutto stasera nel teatro Marrucino di Chieti.
Una carriera di giornalista, autore e regista sterminata e articolata tra giornali, teatro, cabaret, televisione, cinema, che ha visto Pingitore portare al grande successo di pubblico il varietà satirico, senza soluzione di continuità tra palcoscenico e piccolo schermo. Con Mario Castellacci, calabrese come lui (Mario, scomparso nel 2002, era nato a Reggio Calabria nel 1924, Pierfrancesco a Catanzaro nel 1934), Luciano Cirri e Piero Palumbo, Pingitore fondò nel 1965 Il Bagaglino, culla del cabaret romano, che nel 1972 traslocò dallo scantinato di via Panico al Salone Margherita, dove l’anno dopo arrivarono le telecamere Rai.
Sulle tavole dello storico locale di via Due Macelli si avvicendano negli spettacoli e sketch scritti dalla premiata ditta Castellacci e Pingitore, oltre alle presenze fisse Oreste Lionello e Pippo Franco, Enrico Montesano, Pino Caruso, Leo Gullotta, Gabriella Ferri, Bombolo, Gianfranco D’Angelo, Maria Grazia Buccella, Pamela Prati, Martufello. E poi il marchio Pingitore sui programmi tv della compagnia, da “Dove sta Zazà” a “Mazzabubù”, da “Biberon” a “Gran Caffè”, da “Bucce di banana” a “Marameo” a “Gabbia di matti”, Rai e Canale 5. Ora una nuova avventura, l’esordio nella regia lirica. Di questo e altro Pierfrancesco Pingitore ha parlato con il Centro.
Com’è nato questo “Barbiere” e che lettura ha dato dell’opera di Rossini?
«L’idea è nata parlando con il direttore artistico del Marrucino, Ettore Pellegrino, e con il consigliere comunale delegato al teatro, Fabrizio Di Stefano. Non sono un grande intenditore del melodramma ma conosco molto bene quest’opera, vicina a me perché carica di allegria, divertimento, musica briosa, personaggi buffi. E allora mi son detto, perché no? Dentro questa operazione ho portato la mia esperienza e la mia visione dello spettacolo. Pur nella totale fedeltà allo spartito di Rossini e al libretto di Sterbini mi sono permesso la trasformazione dei recitativi in dialoghi e la presenza del balletto nelle parti musicate e cantate. Spero di aver aggiunto qualche grammo di divertimento in più alla leggerezza di Rossini».
Dopo 46 anni di successi del Bagaglino nel 2011 il Salone Margherita ha chiuso le porte alla compagnia. Nostalgia di quella lunga stagione e del sodalizio con Castellacci?
«Lui purtroppo era scomparso già da dieci anni. Io ho continuato fino al 2011 col Bagaglino tenendo presente anche la sua idea. Era una persona di grande talento e doti umane. Però le do una notizia, grazie alla nuova gestione di Nevio Schiavone il Salone Margherita inaugurerà la stagione il 10 dicembre proprio con un mio spettacolo, “La grande risata”»
Per gli spettacoli del Bagaglino e gli altri suoi varietà è stato spesso etichettato come autore di satira di destra, funzionale al sistema.
«È stata sempre la solita chiacchiera dei “sacerdoti” che si sentono investiti dell’autorità di dire quel che si deve o non si deve fare. Spesso ho risposto con una battuta: avrei tanto voluto essere di sinistra ma non c’era più posto. Hanno provato tante volte a relegarmi in un ghetto ma non ci sono mai riusciti. La satira deve essere senza colore, spregiudicata, e soprattutto senza insulti. La satira è un modo di vedere la realtà con leggerezza, additando le contraddizioni di chiunque eserciti potere, in politica come nell’arte, nella letteratura, e nell’intellighenzia in generale».
Perché i politici accettavano il rischio di prendere torte in faccia nell’omonimo programma? E oggi a chi riserverebbe il trattamento?
«Bisognerebbe chiederlo a loro, a Di Pietro, a Schifani. Oggi sarebbe difficile scegliere, troppe torte servirebbero».
Come caporedattore del settimanale Lo Specchio ha raccontato la dolce vita romana, la mondanità, le attricette. Come guarda oggi a quella stagione rievocata anche nella sua fiction “Vita da paparazzo”?
«Come si può guardare ciò che appartiene alla propria giovinezza, con affetto. Era un’epoca meno sbalestrata di quella che viviamo ora. Poi, certo, nel ricordo tutto si abbellisce e il passato appare sempre colorato di rosa anche se forse rosa non era».
Lei ha scritto la storia del varietà satirico in televisione. Oggi riconosce qualche erede? Cosa guarda in tv?
«Sinceramente non c’è nulla che mi interessi, nulla che si avvicini a quello che abbiamo fatto. C’è una forte decadenza, che potrei diplomaticamente chiamare cambiamento. Mi limito a guardare un po’ di calcio, i film, gli spettacoli di qualche amico, e poco altro».
Recentemente ha incentrato su Benito Mussolini “Quel 25 luglio a Villa Torlonia” e “Operazione Quercia”. Perché ha sentito la necessità di scrivere e dirigere due spettacoli teatrali sul duce?
«Non direi una necessità. Il primo lavoro nacque dalla possibilità di fare uno spettacolo a Villa Torlonia, che fu residenza della famiglia Mussolini a Roma. Così nacque “Quel 25 luglio a Villa Torlonia”, una narrazione del ritorno di Mussolini a casa nella notte della sua prima vera caduta, quando il Gran Consiglio lo destituì. In seguito, a Campo Imperatore, mi venne in mente di realizzare una seconda puntata, sulla prigionia e liberazione di Mussolini. Può darsi che ci sia anche un terzo atto, su un uomo che nella storia italiana è stato un personaggio maiuscolo nel bene e nel male. Ha suscitato il mio interesse proprio per l’improvvisa caduta, che lo ha visto passare dalla vetta del potere a una condizione infima. Questi due spettacoli costituiscono un discorso universale sulla natura umana e sulla caducità del potere e della gloria. Ho cercato di interpretare la vicenda di Mussolini come se fosse un personaggio scespiriano, con distacco dalla passione politica e nel solco della grande tragedia umana».
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