«Porto in Abruzzo il Campiello pensando al nostro anno orribile»

Donatella Di Pietrantonio vincitrice del premio letterario con “L’Arminuta” «Spero che il territorio non si spopoli e che i giovani possano lavorare qui»
«Un riconoscimento autorevole alla mia scrittura, che coltivo sin da bambina. Mi incoraggia a continuare e forse un pochino a cominciare a credere di essere una scrittrice». Il giorno dopo la serata trionfale al Gran Teatro La Fenice di Venezia Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del SuperCampiello con “L'Arminuta” (Einaudi), è con la famiglia sul treno che la riporta a casa e racconta al Centro della «grande gioia e dell'onore di portare la Vera da pozzo del Campiello in Abruzzo».
Il profilo basso è nelle corde della scrittrice originaria di Arsita, che vive a Penne dove esercita la professione di dentista pediatrico. E che pure si dice consapevole di incarnare la voglia di riscatto di una regione devastata, in questi mesi, da una serie di tragici accadimenti.
Sabato sera alla proclamazione ha avuto subito un pensiero per l’Abruzzo, una forma di risarcimento?
«Nel mio piccolo il premio incarna questo desiderio di positività. Mi sento di condividere questa gioia con tutti gli abruzzesi che hanno amato e sostenuto il mio libro, da Penne e da più lontano. Ho sentito un tifo forte, la voglia che accadesse qualcosa del genere. Il 2017 è stato un anno orribile. Per la prima volta l’Abruzzo è stato associato a eventi dolorosi, non ultimi gli incendi. Credo che per tutti la distruzione dei nostri boschi sia stata vissuta come una ferita alla nostra identità, tutti abbiamo provato un senso di impotenza e frustrazione».
Il sentimento che nutre per il territorio continuerà ad alimentare la sua scrittura? Sta già lavorando al prossimo libro?
«Le mie radici sono ancorate al territorio, nei miei libri è una presenza forte che si declina quasi autonomamente. Ma in questo momento non ho una storia in testa, sebbene qualcosa stia già incubando».
Il successo dell’Arminuta è testimoniato dallo straordinario coinvolgimento dei lettori. Come scatta l’empatia con i suoi personaggi?
«In quel caso l’identificazione è stata così forte perché ognuno di noi, anche senza vivere abbandoni così traumatici, ha comunque in qualche momento della sua vita, sperimentato quel vissuto. Adriana è uno di quei personaggi che ti illudi di aver creato. Come Pinocchio appena uscito dal pezzo di legno, comincia a fare marachelle, a muoversi per conto suo e ti stupisce con le sue battute fulminanti. Il personaggio diventa persona e ti sta davanti come qualcuno autonomo da te».
Dalla scrittura alla vita quotidiana. Per molti abruzzesi soprattutto giovani, la tentazione di andarsene è forte di fronte a difficoltà come la mancanza di lavoro. Cosa sente di dire in proposito?
«Spero che il nostro territorio non si spopoli e che i giovani trovino modalità di investire nella loro regione cercando di valorizzare in modo creativo vocazioni e eccellenze, paesaggio, prodotti. L’Abruzzo vanta molte risorse nonostante tutto. Abbiamo un paesaggio incomparabile, occorre imparare a difenderlo meglio e in modo sostenibile affinché possa attrarre senza essere stravolto».
La situazione difficile che sta vivendo Penne col suo centro storico può essere un esempio?
«Come molti altri centri in Abruzzo, Penne sta soffrendo per i ritardi degli interventi sugli edifici danneggiati dal terremoto. Ritardi di una politica che ci sta privando dell’ospedale e del diritto alla salute in una zona che per sua caratteristica geografica e di viabilità, avrebbe bisogno di un presidio ospedaliero efficace vista la difficoltà di raggiungere Pescara in tempi brevi. Invece l’ospedale di Penne è stato depotenziato e ridotto. E a ciò non corrisponde una maggiore accessibilità ai presìdi di Pescara e Chieti. Se la politica non vuole rendersi complice e artefice di una mutazione antropologica causata dal grave spopolamento dell’Abruzzo interno, deve seriamente prendere in mano la situazione nonostante la scarsità delle risorse. E avere una visione del futuro a lungo termine in modo da contrastare l’abbandono dei territori svantaggiati».
Come favorire la rinascita?
«Offrendo a chi decide di restare reali possibilità di vivere in questi luoghi, in condizioni se non altro decenti. Non è privando un territorio del suo ospedale o riducendolo al lumicino che si favorisce la vita delle persone in loco. Significa piuttosto espropriarle del diritto alla salute».
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