«Porto un incubo a Venezia»

4 Agosto 2015

Il regista pescarese Berghella racconta il suo “Bangland” in gara alla Mostra

di Anna Fusaro

«Sono talmente emozionato che ancora non riesco a pensarci bene, a rendermi conto». E chi non sarebbe frastornato al posto di Lorenzo Berghella, 25 anni appena e un film invitato a Venezia? Il giovane autore pescarese, talento coltivato nella scuola di cinema Ifa (International film academy) e lanciato dalla casa di produzione RòFilm, due importanti realtà create a Pescara dai fratelli Alessandro e Cristiano Di Felice, parteciperà col suo lungometraggio di animazione “Bangland” alle Giornate degli Autori, sezione della 72ª Mostra di Venezia. Il film è coprodotto dalla Axelotil di Gianluca Arcopinto, che sarà anche il distributore con la sua Pablo. Assenti, benché sollecitate, le istituzioni pescaresi. Il lungometraggio “Bangland”, ideato, disegnato e diretto da Berghella, è l'evoluzione della serie "Too Bad" (in onda su CapitalTv e Repubblica.it) a sua volta nato come cortometraggio, ammesso due anni fa al 50° MipTv di Cannes, mercato internazionale dell'audiovisivo per tv e internet. Da allora premi in tutto il mondo per questa storia animata ambientata in un prossimo futuro in cui il regista Steven Spielberg, diventato presidente degli Stati Uniti, dichiara guerra al Mahaba, Stato africano, e dà il via a una propaganda interna contro gli afroamericani, additati come potenziali terroristi. Una campagna che scatenerà la rivolta dei neri.

Oltre che nella lunghezza com'è cambiato il film rispetto al prodotto portato a Cannes?

«Praticamente è un'evoluzione di quella versione di base. In questi due anni siamo tutti cresciuti, anche negli aspetti tecnici. Questa crescita ci ha permesso di sviluppare il film dai 18 minuti del corto “Too Bad” ai 70 minuti del lungometraggio “Bangland”. La storia è rimasta, ma la parte video è totalmente cambiata».

Parte video che lei, unico animatore, ha realizzato con un lavoro certosino di anni.

«Un lavoro enorme. Ho prima disegnato a mano e acquerellato tutti gli sfondi. Ho quindi utilizzato l'animazione al computer per la storia e i personaggi, ma disegnandoli comunque fotogramma per fotogramma, usando il mouse come una matita. Ho disegnato tutto da solo ma devo un grazie agli altri reparti della realizzazione, Matteo Di Simone e Gianluca Palma, supervisori rispettivamente del sonoro e della parte video, Daniele Ciglia, che ha diretto il doppiaggio, e Marco Spoletini, montatore di “Gomorra”, supervisore al montaggio».

Come ha scoperto il suo talento per disegno e animazione?

«Sono sempre stato appassionato di disegno. Ho frequentato il liceo artistico ma l'ho lasciato prima del diploma. È stato allora, nel 2009, che ho scoperto la scuola di cinema dei fratelli Di Felice. Prima sono stato un loro studente, poi ho iniziato a collaborare in modo attivo. Il merito è tutto loro se ho imboccato la strada dell'animazione. Dopo aver visto un mio fumetto mi hanno spinto a realizzare un corto animato. Senza la loro spinta avrei continuato a studiare cinema genericamente».

Perché il progressista Spielberg nei panni di un presidente razzista e guerrafondaio?

«Spielberg è l'immagine che prevale sul contenuto. È un simbolo dello star system, come Ronald Reagan e Arnold Schwarzenegger, che unicamente per la loro popolarità di attori furono eletti rispettivamente presidente degli Stati Uniti e governatore della California. Nel mio mondo immaginario un democratico come Spielberg può diventare un convinto repubblicano che si serve del mercato della guerra».

Con “Bangland” lei si inserisce nel filone dei cartoni per adulti. Un filone che inizia ad avere un suo pubblico e che permette agli autori di scatenare la fantasia.

«I gusti stanno cambiando per fortuna. Il cartone per adulti ha avuto un precursore negli anni '70 con Ralph Bakshi (autore di “Fritz il gatto”, ndr). Linklater è stato uno dei primi a riportare in vita questo filone che la Disney aveva ammazzato. Quanto alle possibilità creative, indubbiamente l'animazione, la cui forza sta anche nel riassumere in sé tutte le arti, dà parecchie opportunità espressive, consentendo invenzioni che un film con attori in carne e ossa non può permettere».

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