Presta, re del piccolo schermo «La tv? È come un frigorifero»

L’agente delle stelle dello spettacolo sarà oggi alla rassegna “L’Aquila incontra” «Dentro quell’apparecchio ci possiamo trovare i cibi migliori e quelli più scadenti»
«L’agente e produttore dello spettacolo più potente e conosciuto d’Italia»: Lucio Presta viene presentato così sulla locandina dell’incontro moderato da Fabrizio Marinelli, in programma oggi alle 17,30 nella libreria Colacchi all’Aquila. L’appuntamento fa parte della rassegna “L'Aquila incontra”, che in aprile ha ospitato Luca Zingaretti, e che il 9 giugno prevede l’arrivo di Piero Angela. Presta, nato a Cosenza 59 anni fa, ha fondato l’agenzia “Arcobaleno tre”, che assiste alcuni tra i più noti personaggi del piccolo schermo: da Bonolis a Benigni e Santoro, dalla Cuccarini alla Clerici, la Ventura e Belén Rodríguez, passando per Paola Perego, moglie di Presta. Il diretto interessato però l’etichetta di “potente” la giudica eccessiva, e su quella frase in locandina ci scherza su in questa intervista al Centro: «Se l’avessi vista prima non l’avrei fatta passare», dice ridendo, «però sono “gli strilli” che giustamente mettono le case editrici per accendere la luce più forte: ci può stare».
Quindi Presta non è “potente”?
«Non mi nascondo dietro un dito. Ho credibilità, professionalità, un nome. Ma potente… non sono io che decido se mettere in onda i miei assistiti».
All’Aquila parlerà del suo libro, “Nato con la camicia”: come nasce l’idea di scrivere della sua vita e della sua carriera?
«Volevo lasciare ai miei ragazzi per iscritto cose non dette, che conoscevano sommariamente. Ho pensato che fosse carino ricordare quasi trent’anni come un racconto di fronte al focolare, un po’ quelli che una volta facevano i nonni ai nipoti. Mi piaceva l’idea che, per i miei figli e i loro coetanei, potesse essere da stimolo sapere che anche da una spina può nascere un fiore bellissimo: mi considero fortunato anche perché la mia vita è iniziata con una forte penalizzazione (la morta è di parto dandolo alla luce, ndr)».
Lei è entrato nel mondo dello spettacolo da ballerino: come è maturato il passaggio ad agente?
«Avevo doti da “capoclasse”: sapevo organizzare, ero un punto di riferimento per i colleghi nella compagnia dove lavoravo, ho fatto battaglie sindacali per la categoria. A un certo punto ho capito che potevo intraprendere un’altra strada. Mi ha spinto anche la mia ex moglie. E così mi sono lanciato».
È cambiata molto la televisione in cui ha lavorato negli anni ’80 rispetto a quello di oggi?
«Tantissimo! Ora i ragazzi si sentono arrivati perché vengono riconosciuti in strada dopo essere stati in un reality, per una parolaccia che hanno detto o per la persona con cui sono fidanzati. Pochi però riescono ad attraversare le generazioni: oggi sono più quelli che stanno in televisione che quelli che le fanno. La tivvù è diventata una fabbrica di illusioni! Bisogna far capire ai ragazzi che per arrivare servono scuola, struttura, preparazione, capacità, e che non basta fare un reality».
Un giudizio tutt’altro che positivo.
«Diciamo che la televisione è come un frigorifero. Ci possiamo trovare dentro i cibi migliori e quelli più scadenti. Serve una selezione in questi nostri elettrodomestici: come in uno mettiamo dentro roba sana, buona e bio che fa bene al corpo, nell’altro dovremmo tenere dentro cose che facciano bene all’anima. Anche perché la televisione ha sostituito il focolare: a un certo punto è servita per alfabetizzare, oggi è un dato di fatto che serva a tenere compagnia, e quindi è giusto che sia di qualità».
Quali sono i suoi programmi preferiti?
«Ne guardo tanti e me ne piacciono tanti, ma non faccio nomi perché non voglio fare citare i miei assistiti».
Quanto influiscono gli agenti nella creazione dei palinsesti?
«Non hanno tutto il peso che qualcuno vorrebbe far credere. Noi lavoriamo a stretto contatto con attori, capistruttura, registi. Non dobbiamo solo trovare un ingaggio ai nostri assistiti, ma costruire una squadra che faccia un format, lo realizzi, porti in scena delle idee. Più che un peso siamo una sorta di contrappeso».
Ultimamente ha tenuto banco il dibattito su Fabio Fazio: una questione televisiva è diventata una questione politica.
«La politica è sempre stata in tivvù, ma non ha mai fermato la né televisione né gli artisti. La gente sa bene cosa fare e cosa votare. Sarebbe sciocco da parte della politica non far lavorare gli artisti: magari sortisce l’effetto contrario».
Nel 2016 lei si candidò a sindaco nella sua Cosenza, appoggiato dal Pd e da altre forze di centrosinistra, ritirandosi poi per motivi di famiglia. Adesso è impegnato direttamente in politica?
«Sono un cittadino interessato a cosa fa la politica nel mio Paese, perché tutto ciò che fa si ripercuote sulla mia vita di tutti i giorni, sulla mia famiglia, i figli, gli amici, sugli artisti con cui lavoro. La seguo con il giusto interesse. Non è un mistero la mia posizione, ma non faccio campagna su cosa pensare: mi auguro invece che ognuno si faccia la sua idea. Domenica si vota e mi auguro che in tanti vadano a farlo, perché è giusto farlo. Il voto è come un telecomando: se non ci piace quello che vediamo, possiamo cambiare canale».
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