Prisca, la signora dell’olio che ridà vita a varietà antiche

Rientrata nel suo Abruzzo dopo la laurea e il master in storia dell'arte a Pittsburgh si dedica all’uliveto di famiglia e il suo monovarietale da cucco incassa premi
di Jolanda Ferrara
«I. l mio ufficio è questo», rivela sorridendo Prisca Montani indicando oltre la finestra della cucina che pare intagliata nel paesaggio collinare di Spoltore, ricordando i quadri di Magritte. Sul verde pettinato dalla distesa di olivi, il tramonto dell'ultimo giorno di ottobre va infiammando il profilo della Bella Addormentata, più bella che mai da quel punto di osservazione.
«Esco a zappare spesso sulla mia terra, adoro il sole, l'aria aperta, il giardino, gli animali, il contatto con la natura e l'alternanza delle stagioni. Vivendo qui curo le piante del posto e produco ossigeno, sono un'ambientalista convinta».
Per lei il “fuori” è più importante del “dentro”, perciò ha voluto la rete al posto del recinto per delimitare la propria azienda, ex casino di caccia. «Così l'occhio può spaziare», spiega. Autoctone le querce che presidiano il terreno, come pure le piante della sua azienda agricola gioiello, “La Quagliera”. Con le sue varietà di olive – dritta, leccino e cucco – il vecchio uliveto di famiglia, che grazie alla determinazione della signora Prisca, rientrata nella campagna della sua Pescara dopo il periodo negli Stati Uniti con il marito, splende di nuova vita. Meno di duemila le piante attuali, comprese quelle innestate di recente, numero decuplicato dal 1998, quando ha intrapreso il restauro della proprietà. Non solo. In dieci anni Prisca Montani – laurea in lettere, un master in storia dell'arte a Pittsburgh, due figli oggi ventenni che la seguono in azienda, un bovaro bernese mansueto come un San Bernardo e uno spiccato senso estetico (lo scultore Pietro Cascella è suo zio materno) – è stata capace di far raddoppiare la resa in olio delle sue piante.
Portando la qualità del prodotto all'attenzione delle più importanti guide di settore. Sol d'Oro 2014 all’olio monovarietale da dritta “Ago” (omaggio al consorte, Agostino Consoli, primario all'ospedale di Pescara, ordinario di Endocrinologia all'università di Chieti), 3 Foglie del Gambero Rosso e 5 Gocce al premio Oro dei due Mari al monovarietale da cucco, cultivar adattatasi perfettamente alla zona litoranea abruzzese, resistente com'è alla salsedine marina, ma caduta in disuso per l'estrema delicatezza del frutto. Un motivo di vanto e unicità per “La Quagliera” nel panorama olivicolo abruzzese e nazionale. La coltivazione della cucco, o olivoce, detta anche “oliva del frantoiano” per la difficoltà di gestione, è diventata per lei un motivo di distinzione e orgoglio personale.
«E' stato un colpo di fortuna, l'ho scoperta io tra le vecchie piante di famiglia, senza l'aiuto dell'agronomo. E' una varietà delicata come l'olio che se ne ricava, dal fruttato lieve, ideale sui piatti di pesce. Una volta si usava come oliva da tavola. Una pianta sensibile agli sbalzi termici, che produce a fine settembre, per questo è difficile trovare un frantoio aperto già in quella data. E se c'è vento caldo, il garbino», aggiunge, «le olive possono cadere da sole. La raccolta deve essere velocissima. Io in un giorno riesco a non farle sprecare, quest'anno ho raccolto tutto il 4 ottobre».
I nuovi vivai non vendono più la cucco e lei ha recuperato gli innesti dalle vecchie piante. Come mai ha voluto scommetterci? «Perché fa parte della storia della mia famiglia e di questa zona di Spoltore. Penso che gli oliveti più veritieri, che non ti fregano mai, sono quelli preesistenti. E io non calpesto il passato. L'olivo è una pianta millenaria. I contadini seguivano una logica in quello che facevano. Ho preferito curare l'esistente perché ha un motivo di essere».
Estetica e ambientalismo nella sua casa-azienda sembrano tutt'uno. «Stiamo cercando di recuperare un prodotto che esprima un'identità profonda, vera. Valorizzandola. Ogni bottiglia porta un fiocchetto di rafia, che applico con le mie mani. Se curi l'oliveto l'olio viene buono dappertutto. Col mio extravergine nè bio nè dop, ma presente su tutte le guide e ricercato dalla ristorazione tipica, voglio smentire il pregiudizio che l'olio d'eccellenza è solo quello del “triangolo d'oro” Loreto-Pianella- Moscufo". Credo nel monovarietale e nella tracciabilità di filiera. E penso che la cucco avrà la stessa fortuna dell'uva pecorino».
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