Quando c’erano le materassaie le maghe del mese di maggio di un mestiere scomparso

10 Maggio 2020

Le ha uccise una morte soft, la gommapiuma, la quale ha soppiantato la lana evolvendosi poi in tutte quelle altre cose sofisticate, rette da molle, come i ricordi

Pubblichiamo un racconto inedito dell’autore abruzzese, Giovanni D’Alessandro, scritto per il Centro
Io me le ricordo le materassaie. Me le ero dimenticate per decenni, come tanti altri, dato che sono quasi scomparse. Le ha uccise una morte soft, la gommapiuma, la quale ha soppiantato la lana nei materassi, evolvendosi poi in tutte quelle altre cose sofisticate, rette da molle, come il memory (parola che non vuol dire “ricordo” in inglese e non è neppure un’aria del musical Cats), bensì una nuova materia che si usa oggi, in grado di conservare la forma del corpo, per trovarla, così, pronta quando ci si va a coricare: ma con effetti discutibili dato che, costo elevato a parte, sembra che ‘sto memory pesi un quintale non solo metaforico, richieda più persone quando il materasso va periodicamente girato, e soprattutto d’estate s’infuochi più della gommapiuma; in futuro magari torneremo al passato.
Come mi sono venute in mente oggi le materassaie? Perché siamo a maggio e loro lavoravano in questo mese. E perché siamo ancora abbondantemente blindati dal Coronavirus e quindi a casa abbiamo tempo per fare cose che non facevamo da una vita, come allungare sullo stendipanni le federe dei cuscini a prendere il sole. Sono federe con dentro cuscini anch’essi techno, ma…miracolo! ne è rimasto uno - uno solo, magico – fatto di vecchissima lana; sicché dalla relativa federa prendono a cadere a terra degli anarchici riccetti appunto di lana. Solo la prima federa viene messa al sole; la seconda - di robusto e fresco lino - è troppo malconcia; dunque questo doppio confine federale hanno clandestinamente varcato i riccetti, per riuscire al fin a riveder le stelle.
Ma è di materassi che stavamo parlando. E di materassaie, le quali ne erano le maghe manutentrici. Mezzo secolo fa, ingaggiate per 2-3 mattine e primi pomeriggi, giravano casa per casa se erano giornate di sole, già abbastanza forte in questo periodo, giacché la lana proprio il sole di maggio voleva; giugno andava meno bene, il sole era troppo forte, si sudava.
Arrivavano in bicicletta, la legavano sotto e, salite, cominciavano subito, con l’aiuto di mamme, zie e nonne, ad attrezzare il loro tavolo operatorio presso una porta-finestra, con fuori l’inferriata del vecchissimo balconcino, dalla quale il sole pian piano cominciava ad entrare; le terrazze sporgenti non esistevano ancora nelle case antiche, quindi si lavorava dentro, presso una finestra; il tavolo, anzi la base operatoria, era data da un paio di sdrucite lenzuola matrimoniali da mettere a terra come enormi stracci; pulitissimi, stesi su un pavimento lavato apposta la sera prima e con tutte le sedie intorno per impedire a noi bambini di entrare nell’area. La materassaia era anche una mezza sarta/rammendatrice e per prima cosa, appoggiato il materasso alla parete, cominciava a scucirlo con un ferro da uncinetto, che a lato aveva una mezza taglierina la quale però a quei tempi non si chiamava ancora così. C’erano dei fiocchetti e pure quelli andavano slacciati, ma erano solo decorativi, non aprivano niente: bisognava proprio scucire.
I materassi di allora richiamano un’altra cosa scomparsa, la dote. Ne facevano parte e si tramandavano di madre in figlia. Ma qui entriamo nell’età arcaica dei corredi, quando le ragazze non è che avessero tant’altro da fare che star in casa dietro “ai mestieri”, aspettare di sposarsi e preparare i corredi; i quali a volte erano ricchi e in tal caso i materassi avevano bande di raso a fiori e le federe raffinati ricami (fatti a mano) dalle “suore di Firenze”.
E qui va aperta un’altra parentesi. Fra i tanti misteri di cui questa veloce e immemore età ha avuto ragione - non risolvendoli, ma consegnandoli irrisolti all’eternità - c’è questo delle famose suore “di Firenze”; nessuno aveva mai sentito parlare di suore ricamatrici magari di Roma, di Assisi, o di qualche altra città santa d’Italia, nossignore: le ricamatrici dovevano essere solo, invariabilmente, “di Firenze”, come se altrove non esistessero; e sì che far arrivare fodere e federe a quei tempi da Firenze non doveva essere un’impresa facile, come invece comprare la lana da metterci dentro, di cui ci si approvvigionava localmente.
Bene, a maggio le maghe-materassaie si sedevano e cominciavano ad “allargare la lana”, facendole riassumere una consistenza vaporosa quasi da zucchero filato; ed era il sole a ridare il colore bianco. Stavano ore,a capo chino, su quelle migliaia di riccetti e rotolini che sfeltrivano con velocità e maestria, usando piccoli “ferri da calza”. Noi bambini guardavamo intanto l’ Himalaya di lana sfeltrita innalzarsi sempre più dai lenzuoloni; in mezzo all’Himalaya, mia nonna metteva anche dei sacchetti di verbena per profumarla.
Le materassaie erano inoltre critiche d’arte: i materassi, specie quelli piccoli, recavano memorie di generazioni e generazioni di pipì, fatte dai bambini quando di notte “avevano passato la cerata”, dato che a fine anni ‘50 cominciavano appena a entrare in uso i pannolini. Le infinite pipì creavano fioroni multicromatici, trascorrenti dal giallo paglierino al verde acqua…in una tonalità simile - per rimanere in tema di Coronavirus – a quello dei capelli di Giovanna Botteri quando fa le corrispondenze da Pechino e che non sono affatto brutti, solo un tantino teatrali, come quelli di un’elfa da Signore degli Anelli neanche troppo agée: una m“i”lfa. Ebbene i fioroni di pipì creavano sui materassi quadri astratti alla Pollock; erano opere non di penitenza, bensì di liberazione corporale e per qualche misteriosa legge chimica sono rimasti indelebili ancor oggi, sebbene infinite volte passati in candeggina.
Poi a un certo punto le materassaie – finito il lavoro - sbaraccavano. E quando noi bambini andavamo a dormire, le prime volte quasi ci sprofondavamo, in quei morbidissimi materassi alti il doppio di prima, odorosi di sole e di verbena.
Dove siete andate a finire, materassaie maghe di maggio? Molte di voi non ci saranno più, staranno forse rendendo più soffici le nuvole per gli angioletti in cielo? Che madeleine di ricordi visivi, tattili e olfattivi avete riportato a me.
Non mi ricordo quanto prendevate a ora, ma vi amo. Eravate le regine della lana e del sole, e oggi non avete più prezzo. O forse sono i ricordi - di un tempo senza tempo - a non averlo più.
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