«Sì, porto in scena Mozart Ci tocca nelle fragilità ma senza farci incupire»

4 Aprile 2022

L’attore sarà a Pescara con “Così fan tutte. Dalla parte di Don Alfonso” ispirato all’opera buffa del musicista e agli appunti di regia di Strehler

PESCARA. «Mozart e Strehler nella loro grandezza ci vengono incontro, dobbiamo solo essere bravi ad accorgercene. È facile capirli e seguirli. Ed è bello». Fabrizio Bentivoglio parla del “Così fan tutte. Dalla parte di Don Alfonso”, spettacolo che porterà al teatro Massimo di Pescara domenica 24 aprile (ore 21), per il cartellone “Rinascita” di Baltimore Production.
Ispirato all’opera buffa “Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti” di Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte (prima rappresentazione il 26 gennaio 1790 al Burgtheater di Vienna) e agli appunti di Giorgio Strehler per la sua regia interrotta dalla morte del maestro nella notte di Natale del 1997, il lavoro è un reading musicale con Benivoglio voce recitante e le musiche suonate dal vivo dal pianista Francesco Libetta. Testo di Bianca Melasecchi, lo spettacolo ideato da Elena Marazzita, anche direttrice artistica dell’operazione, e prodotto e distribuito in esclusiva da AidaStudio Produzioni, aveva brevemente girato nei teatri prima dello scoppio della pandemia e viene ripreso in questo scorcio di stagione, come spiega al Centro l’attore milanese: «L’avevamo rappresentato due o tre volte solamente, poi è successo quello che è successo. Ma ci eravamo ripromessi di riprenderlo appena avremmo potuto. Non è una cosa che invecchia. Mozart e Strehler non invecchiano. Da lì viene il racconto di questo personaggio, a metà strada tra il Don Alfonso di Mozart-Da Ponte e il Don Alfonso di Strehler».
Fabrizio Bentivoglio nel reading è il maturo libertino, amico dei giovani ufficiali Ferrando e Guglielmo, che si vantano della fedeltà delle loro fidanzate, le sorelle Dorabella e Fiordiligi. Nelle chiacchiere dei tre in una bottega del caffè a Napoli, Don Alfonso si atteggia a cinico filosofo e pontifica sull’inesistenza della fedeltà femminile. Bentivoglio attraverso il personaggio di Don Alfonso porta in scena, si legge nelle note di presentazione dello spettacolo, «il legame tra Strehler e Mozart, tirando le fila della drammaturgia come se fosse quel regista demiurgo che Strehler voleva in scena».
Bentivoglio, cosa l’ha affascinata dello spettacolo?
Il racconto è un gioco di specchi, apparentemente frivolo e leggero ma in realtà profondissimo, che tocca le nostre fragilità, i nostri punti deboli, anche le nostre vacuità. Ma è una riflessione da fare senza incupirci, senza rattristarci.
Chi è il suo Don Alfonso?
Non è certo un romantico, è un Casanova un po’ sdrucito, scriveva Strehler, un libertino conoscitore della vita e delle donne che staziona ogni giorno al tavolino di un caffè fuori dal teatro San Carlo. Quando conosce i due giovani s’inventa una scommessa, una sfida con se stesso: farli travestire da stranieri e far corteggiare all’uno la fidanzata dell’altro per dimostrare che la fedeltà non esiste. È un racconto che dimostra quanto l’uomo è leggero e fragile nei sentimenti, e anche la donna.
Lei ha recitato appena 21enne nel 1978 con Strehler nella “Tempesta” di Shakespeare. Quale lezione del maestro si porta dentro?
Più che di una lezione parlerei di un imprinting. I primi grandi spettacoli che ho visto a teatro erano i suoi, “Re Lear” di Shakespeare, “Il giardino dei ciliegi” di Cechov, “Il campiello” di Goldoni. A quell’epoca studiavo teatro e gli spettacoli di Strehler hanno formato il mio gusto oltre che il mio approccio alla professione. Da lì ho capito che la poesia e la bellezza possono aiutarci nella vita.
Quali le sensazioni nel tornare a recitare dal vivo, davanti al pubblico?
Una strana sensazione. Il pubblico è talmente sorpreso di tornare a teatro che ne è quasi meravigliato. Deve riabituarsi. Forse ha visto troppa televisione. Nelle due precedenti recite di questo spettacolo, in cui è consentito ridere, il pubblico, pur attentissimo, è rimasto quasi impietrito. Poi alla fine applaude, apprezza lo spettacolo. Ma effettivamente dobbiamo ancora tutti scioglierci.
Ha fatto tanto cinema, tante interpretazioni premiate, Coppa Volpi, i David, i Nastri. C’è un personaggio che le è più caro?
È una domanda irrispondibile. Ogni volta penso a migliorare, a fare meglio rispetto alla volta precedente. Ogni ruolo è un passo avanti.
Con la serie tv “Monterossi” ha girato nella sua Milano. Con che occhi l’ha guardata lei che vive da tempo a Roma?
Milano, anche se non ci vivo più da tanto, è la città in cui sono nato e cresciuto, in cui ho fatto teatro e mi sono formato. Non l’ho seguita nelle mutazioni recenti, ma mi è facile tornarvi, ogni volta è un tornare a casa, e mi sento accolto come a casa.