Scorsese porta il “Silenzio” al Papa «Da piccolo mi rifugiavo in chiesa»

1 Dicembre 2016

ROMA. «Per un newyorkese trapiantato come me il silenzio è merce rara», dice un Martin Scorsese sorridente, felice e rilassato, parlando all'Osservatore Romano di “Silence” il suo ultimo film,...

ROMA. «Per un newyorkese trapiantato come me il silenzio è merce rara», dice un Martin Scorsese sorridente, felice e rilassato, parlando all'Osservatore Romano di “Silence” il suo ultimo film, ambientato nel Giappone degli shogun Tokugawa e delle loro persecuzioni contro chi si convertiva alla fede cristiana. Il sorriso radioso ha un motivo preciso, spiega il giornale vaticano: il regista, insieme a sua moglie e le due figlie, al produttore del film e sua moglie, accompagnati dal prefetto della Segreteria per la comunicazione, monsignor Dario Edoardo Viganò, è appena stato ricevuto dal Papa. Francesco ha raccontato ai presenti di aver letto “Silenzio”, il libro di Shusaku Endo da cui è stata tratta la sceneggiatura, parlando poi dell'apostolato dei gesuiti in Giappone (dove lui sognava di andare in missione) e del Museo dei 26 martiri a Nagasaki. «A Little Italy il silenzio proprio non sapevamo che cosa fosse. Era come un villaggio ottocentesco pieno di caos. Per questo quando ne avevo bisogno mi rifugiavo in una piccola chiesa cattolica. O nel buio di un cinema».

Le riprese del film «sono state lunghe e faticose, nei dintorni di Taipei, come una specie di pellegrinaggio», racconta il regista di Taxi Driver. A proposito del lavoro con i gesuiti, «padre James J. Martin e gli altri sono stati molto attenti, molto accurati e collaborativi», aggiunge Scorsese. «Ci hanno aiutato a evitare ingenuità, errori di ambientazione, errori nel comportamento dei singoli personaggi. Anche ad affrontare un tema delicato come il rapporto tra speranza e disperazione, terrore e forza interiore, caduta e rinascita. In fondo anche ripetere “ho paura, ho paura, ho paura” rivolgendo il pensiero a Dio, mantenendo il dialogo con lui, è pregare».

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