Segreti e verità di un clan familiare nel severo Abruzzo

27 Aprile 2019

“Portami dove sei nata”, Roberta Scorranese racconta la sua «terra di crolli e miracoli»

Una perdita dolorosa e improvvisa, quella del padre, spalanca una vertigine di ricordi, i più viscerali, quelli che prendono alla gola riportando odori alle narici, suoni e dialetti nelle orecchie, colori e volti con sorrisi e lacrime negli occhi, nomi, luoghi, vicende segrete, silenzi. E compone un affresco.
Roberta Scorranese è giornalista e blogger, la scrittura è il pane dei suoi sentimenti, attraverso di essa ricuce storie passate e legami interrotti. Lo fa in questo suo primo libro “Portami dove sei nata – Un ritorno in Abruzzo, terra di crolli e miracoli”, edito da Bompiani. Un memoir denso di vita ad accompagnare verso il presente e ricomporre volto dopo volto, storia dopo storia, parola dopo parola quasi un albero genealogico sentimentale. Ma anche un romanzo nella terra dei terremoti, protagonista un clan familiare con i suoi nodi irrisolti, il suo pudore dei sentimenti, la sua profonda “abruzzesità” che l’autrice «emigrata a Milano» da un angolo teramano, Valle San Giovanni, riscopre in sé e restituisce con forza. Pubblichiamo uno stralcio del libro, “Il prologo dei fantasmi”. (lad’i)

Riconosco i miei fantasmi dall’odore di cosa viva. È un attimo. Incrocio per strada un paio di occhi neri con il taglio leggermente all’ingiù e subito un volto si sovrappone a un altro, con la nitidezza di un ricordo gemmato chissà dove negli anni. A volte è la scheggia di un sorriso, a volte è il luccicore di un collo bianchissimo e nudo.
Da tempo ormai ci sono frammenti di persone che dischiudono un universo parallelo e silenzioso nel quale riscrivo la mia vita attraverso i ricordi che sposto e risposto, che dispongo ogni volta in un ordine capriccioso. E rammento bene la prima visita di uno dei miei fantasmi vivi. Era la notte tra il 12 e il 13 febbraio 2017, una notte irragionevolmente calda, quando mi telefonarono per dirmi che mio padre era morto. Prima mio fratello, poi mia madre.
Con parole oscure, allusive, mai dirette: nessuno dei due mi diceva che cosa era successo davvero, le voci si rompevano e si ricomponevano come in un sogno.
Fu allora che avvertii l’odore di cosa viva: conosco bene quell’antica reticenza a dire tutto, mi è familiare il riserbo con il quale, nella mia famiglia, si arriva a ricoprire fatti vistosi, persino clamorosi, di un silenzio che è solo un’estrema forma di pudore. È un teatro dei sentimenti che ogni tanto metto in scena anche io, in un esercizio inconsapevole di ritorno a casa. Da quella notte i miei fantasmi hanno cominciato a popolare la dimensione invisibile che sta tra la vita reale e la vita che ogni giorno riscriviamo per renderla sopportabile. Fantasmi che si incuneano in vecchi modi di dire del dialetto abruzzese, con quella particolare sottrazione di vocali che abbiamo noi del teramano.
È una lingua che paralizza le frasi, come un lago di parole ghiacciato. Senza rendermene conto, da quella notte di febbraio ho ripreso ad abitare certi modi di dire, semplicemente perché era l’unico modo per raccontare la morte, o almeno l’unico che conoscessi.
Sì, i miei fantasmi parlano il dialetto di Valle San Giovanni, il paese dove sono nata, cresciuta e dove ho fatto la Prima comunione e la Cresima. Profumano di mele maturate nella paglia e di fichi secchi, di terra appena arata e di rose selvatiche. Sanno di pioggia su terra dura, polverosa. Ho imparato a riconoscerli non tanto dalla voce quanto da certe bizzarre interiezioni: “Oh commà”, “Oh Giné”, “Dioche- misenti”, “Gesummaria”. Non tanto dall’aspetto quanto dai gesti che li accompagnano, gesti che mi vengono incontro ogni giorno, che vedo anche là dove non ci sono. Come quel rapido segno della croce su fronte e labbra che protegge dall’ammidia, dall’invidia maligna degli altri. O come l’andatura a capo chino delle mie donne fantasma, leste e zitte, “mott’ e pass’”.
È femmina pure il fantasma più cupo di tutti, la tritticata, cioè il terremoto. È femmina il fantasma di nonna Chiarina, la donna che accettò di sposare un uomo, mio nonno, che aveva appena messo incinta un’altra donna. È femmina il fantasma dell’“altra donna”, Celestina, bellissima e condannata al silenzio. C’è il fantasma di Adua, sopravvissuta a una guerra mondiale ma non alle chiacchiere della gente. C’è quello di Zì ’Ntonio, che per tutta la vita lavorò in segreto alla costruzione della sua bomba, che forse è esplosa, forse non è mai esistita, forse da qualche parte c’è ancora. Incrocio il fantasma di lu Re, che aveva sposato una principessa africana e che in seguito visse solo per raccontare la sua storia. E quello di Bettina la sartora, che con ago e forbici sapeva fare di tutto, anche ricucire le ferite di un soldato in fuga dai tedeschi, durante la Resistenza.
Creature che popolano una distanza nella quale i vivi e morti si confondono, si danno il cambio nei corridoi della mia me- moria di donna andata via, emigrata. Ecco perché quando ho cominciato a scrivere questo mio personalissimo regno delle ombre felici, mi sono accorta che la storia di una ragazza dei nostri tempi che a L’Aquila balla sulle macerie del terremoto per esorcizzare la paura è viva tanto quanto la memoria di Cesira di Cucù, la prima donna che a Valle osò prendere la patente.
E che la vita di una coppia che si perde e poi si ritrova in un vizio tardivo, tanto letale quanto necessario, non è così distante dal matrimonio che legò i miei nonni, i quali seppero convivere con un “peccato grosso” in nome di un’idea astratta e indispensabi le: la famiglia. Questo è il mio posto delle fragole. Vite vere, su alcune delle quali (soprattutto su quelle di Celestina e di lu Re) ho costruito storie di fantasia non tanto per proteggere la privatezza delle persone, quanto per un innato rispetto verso l’unica forma di verità che ci rende felici: il racconto.
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