Serri: «Nella storia di quei bambini in fuga una lezione per l’oggi»

21 Settembre 2017

La scrittrice all’Aquila con il suo nuovo libro su un gruppo di adolescenti ebrei salvati dagli italiani durante la guerra

«La storia che racconto in questo libro è quella di un gruppo di italiani che misero a repentaglio la propria vita per salvare quelle degli altri». Il gruppo di italiani di cui parla Mirella Serri è quello che, durante la seconda guerra mondiale, accolse e assistette 43 bambini e adolescenti ebrei (fra i 6 e i 17 anni), arrivati attraversando la Germania e la Slovenia, per sottrarli alla furia dei nazisti e del loro alleato, il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin Al Husseini, entusiasta collaboratore di Adolf Hitler. I ragazzi vengono accolti nella Villa Emma di Nonantola, un paese in provincia di Modena, dove l’intera popolazione si mobilita per aiutarli, offrendo loro protezione per un anno intero. Ma l’8 settembre del 1943 la situazione precipita: Nonantola viene occupata dai nazisti e i ragazzi devono essere messi in salvo in fretta e tenuti nascosti, con la speranza di farli espatriare in Svizzera. E’ una storia quella di Villa Emma che Serri racconta in un libro intitolato “Bambini in fuga. I giovanissimi ebrei braccati da nazisti e fondamentalisti islamici e gli eroi italiani che li salvarono” edito da Longanesi che la scrittrice e giornalista presenterà, oggi alle 17, a Palazzo Fibbioni all’Aquila in apertura della rassegna Weekend d’autore (si legga il box in basso).
Serri, il ruolo del Gran Muftì di Gerusalemme è centrale in questa storia?
Sì – risponde l’autrice al Centro –, il Gran Muftì era violentemente antisemita e un grande estimatore di Hitler fin dagli anni Venti. Quando scappa da Gerusalemme, spinto anche dalla politica coloniale ambigua degli inglesi, si lascia alle spalle la guerra anglo-irachena e approda prima a Roma, dove Mussolini lo accoglie benissimo e gli mette a disposizione ville alla Camilluccia e Radio Bari per lanciare i suoli proclami. Ma lui sceglie di andare a Berlino. Lì riceve dai nazisti il compito di limitare l’emigrazione degli ebrei, la qual cosa significa aiutare a mandarli nei campi di concentramento.
L’incarico riguarda in particolare i bambini?
Sì, perché il suo piano è quello di regnare in Palestina quando i nazisti l’avrebbero occupata. Aveva deciso anche dove creare lì i campi di sterminio: a Giaffa e a Tel Aviv. Per questo non voleva che si salvassero i bambini, perché vedeva in loro i suoi futuri nemici.
Modena era anche la città di Giorgio Perlasca, una sorta di Schindler italiano che salvò migliaia di ebrei del centro Europa. Come si spiega questa coincidenza?
Con il fatto che a Modena c’era una forte comunità ebraica. Anche se ad aiutare i bambini furono non ebrei. Due di loro, un prete, Arrigo Beccari e un medico, Giuseppe Moreali, furono i primi due italiani a essere poi nominati fra i Giusti d’Israele.
Che cosa ha da insegnare a noi italiani di oggi questa storia, più di 70 anni dopo?
Per esempio, che quegli italiani che non avevano mai sentito parlare un’altra lingua o visto uno straniero si prodigarono nell’accudire quei ragazzi sfidando le leggi razziali. E poi c’è un insegnamento non retorico e non usurato che riguarda l’anti- totalitarismo e l’anti-fondamentalismo. La storia ci fa capire che quando un totalitarismo arriva si accanisce subito contro i più deboli. E c’è una coincidenza che riguarda il Gran Muftì che era anti-modernista e anti-occidentale, come i fondamentalisti dell’Isis oggi.
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