Si chiamava Faber, recital di Sirianni e Manfredi

Spettacoli in Abruzzo con i due artisti genovesi: «Veniva a casa con Villaggio, bella la sua faccia strana»
LANCIANO. Fabrizio De Andrè ricordato, raccontato e interpretato da due genovesi che lo hanno conosciuto e frequentato: nel ventennale della morte dell’indimenticato artista genovese, arriva in Abruzzo “Si chiamava Faber (Viaggi molto personali nel mondo di Fabrizio De Andrè)” di Federico Sirianni.
Sono due le date in calendario: stasera alle 21 al teatro Fenaroli di Lanciano e domani, sempre alle 21, a San Salvo nella sala-teatro del centro culturale Aldo Moro in via Istonia 2 (biglietto 10 € in entrambe le occasioni).
Con Sirianni sul palco ci sarà un’altro genovese che ha collaborato con De Andrè, Max Manfredi. Insieme ai due artisti che arrivano dalla Liguria, come in ogni edizione dello spettacolo, si esibiscono una serie di artisti locali e non, che come ogni volta rendono una sorta di pezzo unico questo recital che da un paio d‘anni, nei giorni tra Natale e Capodanno, viene rappresentato al Clac di Genova. Ideatore di “Si chiamava Faber” è Sirianni, che da piccolo ebbe occasione di conoscere De Andrè in casa: «Mio padre, giornalista piuttosto noto a Genova, lo conosceva abbastanza bene», racconta Sirianni, «era stato compagno di scuola di suo fratello Mauro al liceo, nella classe frequentata anche da Paolo Villaggio. Il lunedì sera a casa mia arrivavano “strani personaggi”, tra cui anche Villaggio, e insieme a mio padre scrivevano testi per gli spettacoli della compagnia goliardica Mario Baistrocchi che metteva in scena spettacoli di beneficenza. Di De Andrè ricordo la sua faccia strana, la voce profonda e la palpebra cascante», continua il cantautore, «ho sempre pensato che la grandezza di Faber, a parte la straordinaria poetica, fosse il fatto di essere assolutamente universale: la sua narrazione riusciva a conquistare tutti, intellettuali e analfabeti, borghesi e proletari, adulti e bambini, atei e fedeli. Andando avanti nel tempo compresi la grandezza della sua opera e, il fatto che trasudasse contemporaneamente pensiero anarchico e cristiano, era l’aspetto che mi affascinava di più. Non era solo uno scrittore di canzoni o un poeta: aveva una “visione” e questo, secondo me, lo distingueva in maniera molto netta dagli altri pur bravi cantautori».
Lo spettacolo che va in scena stasera e domani a Lanciano e San Salvo è stato ideato proprio da Sirianni: Max Manfredi lo definisce «uno dei tanti modi di ricordare De Andrè, una delle versioni più confidenziali, meno solenne e allo stesso tempo meno sgangherata: è anche molto originale, perché ogni volta sono diversi gli amici e gli artisti legati in qualche modo a Faber che partecipano».
La serata di Lanciano viene introdotta da un racconto di Remo Rapino, e con Sirianni e Manfredi ci sono una serie di artisti locali: Paola Ceroli, Tati Valle, Marcello Marciani, Walter Gaeta, Stefano Barbati, Marco Di Blasio, Nicola Di Camillo; c’è poi la mostra fotografica “Le donne di Faber”, curata da Cristian Pellicciotta nella sede del centro antiviolenza Dafne in via dei Frentani 54. A San Salvo invece ci sarà il giovane cantautore rietino Carlo Valente. Manfredi propone “Un blasfemo”, dall’album “Non al denaro non all’amore né al cielo”, e “La fiera della Maddalena”, un suo brano cantata da De Andrè: «Fu per questa canzone che lo conobbi», ricorda Manfredi, «Vanni Pierini, organizzatore del Premio Città di Recanati, gli portò in Sardegna una musicassetta con dei miei pezzi che gli piacque molto. Incidemmo questa insieme, frequentando uno studio di registrazione che faceva anche da ostello per gli artisti, dove si dormiva anche».
“Si chiamava Faber” più che un’esibizione musicale o una rilettura di De Andrè, è un recital su cui si innestano le canzoni che si snodano lungo il filo conduttore rappresentato dall’esperienza personale di Sirianni e del suo racconto agile e poetico di De Andrè. La traccia narrativa viene così ampliata e arricchita da interpretazioni originali di artisti di diversa estrazione, che riscoprono e abbracciano le diverse sfaccettature di Faber e la sua poliedricità culturale. I brani inoltre non sono necessariamente i più famosi, ma quelli che riescono a esprimere meglio i temi legati a un’opera artistica che va da Genova alla Sardegna, dalla pietà per gli ultimi all’anarchia e al sacro.
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