Solenghi e Lopez in Abruzzo: «Amici sul palco e nella vita»
La coppia comica 40 anni dopo il Trio «Ma Anna è sempre in scena con noi»
Massimo Lopez e Tullio Solenghi sono un pezzo di storia dello spettacolo: da soli, in coppia e soprattutto in Trio, quando con loro c’era anche la formidabile Anna Marchesini. Quarant’anni di parodie, sketch, spettacoli e gag che sono incastonati in un luminoso empireo di gemme comiche, da cui ognuno può attingere tormentoni e personaggi rimasti nella memoria. Tornano in Abruzzo con uno spettacolo chiamato semplicemente “Massimo Lopez & Tullio Solenghi show”, carrellata educata ma esilarante di personaggi, imitazioni, musica e improvvisazioni.
Massimo e Tullio sono amici, prima che colleghi, e l’affetto che condividono è palpabile. Come l’affetto mai sopito per Anna, che li ha lasciati orfani troppo presto, nel 2016. Alle domande rispondono con garbo di altri tempi e l’occasionale sorriso che irrompe evocando certi ricordi.
Solenghi&Lopez, la coppia si riforma sul palco dopo quindici anni: come è nata l’idea?
Massimo Lopez: Erano anni che volevamo ricominciare a fare spettacoli insieme: ho perso il conto addirittura, ci sono state talmente tante pause e riprese, il Covid ha fatto slittare tutto.
Tullio Solenghi: Tutto è nato tre anni fa al Tale e quale show. All’inizio partecipavo da solo, poi è arrivato anche Massimo e con lui sono venuti fuori dei duetti molto belli. Lo show è partito così. Un successo, abbiamo totalizzato 200 repliche.
Come è stato ritrovarsi sul palco dopo tanto tempo?
T.S. Siamo due fratelli, ci conosciamo così bene che anche se uno alza solo un sopracciglio, l’altro sa già cosa vuole dire. È un rapporto che va oltre ogni rapporto professionale. Siamo soprattutto amici.
M.L. Infatti, il sodalizio dura perché c’è amore, c’è tanta amicizia fra noi. È proprio il desiderio di fare lo show a renderlo così speciale. Una medicina per noi e per il pubblico, che ha questo affetto profondo per noi.
Vi conoscete da moltissimi anni, praticamente un matrimonio: ma anche voi bisticciate come una coppia di sposi?
M.L. Ho conosciuto Tullio ancora prima di essere attore: venne a casa nostra a pranzo con mio fratello Giorgio, mancato purtroppo quest’estate. Lavoravano insieme al Teatro Stabile di Genova, primi anni ’70. Nel 1976 ho iniziato a lavorare allo Stabile anche io e ho sostituito proprio Tullio in uno spettacolo con Giorgio Albertazzi. Era destino diventare amici prima che colleghi. Non abbiamo mai litigato, discutiamo se abbiamo posizioni diverse, ma sempre a fin di bene. Un rapporto forte, abitiamo perfino nello stesso condominio! Era così anche con Anna.
T.S. È così, non litighiamo mai. Ci può essere un diverbio, certo, ma questo è fisiologico. Alla fine è come in un matrimonio, è come con mia moglie, con cui sono sposato da 48 anni: ci può essere lo screzio, ma ci siamo scelti e ci scegliamo ancora. Anche con il Trio, nessun impresario ci ha messo insieme, siamo noi che abbiamo scelto di lavorare insieme, perché c’era affinità.
Due artisti poliedrici: fate tv, teatro, doppiaggio, siete comici, imitatori, attori, cantanti. Perfino scrittori. Ma quando avete iniziato, sapevate già che direzione avrebbe preso il vostro talento?
T.S. Ho iniziato facendo teatro “serio”, così come Anna e Massimo. I testi erano scritti da altri, erano i classici, e non era previsto che diventassimo autori. Poi abbiamo scelto la via del cabaret, dello spettacolo leggero, e quasi per necessità abbiamo iniziato a scrivere i nostri testi. I nostri pezzi vengono bene perché li scriviamo e li interpretiamo noi stessi.
M.L. All’inizio, l’unico obiettivo era fare l’attore di teatro. Neanche comico. Ero consapevole che questo potesse richiedere un “bagaglio” un po’ più completo, ma solo con il tempo ho scoperto altri talenti. Anche grazie ad altri attori, grandi modelli con cui ho avuto il privilegio di lavorare, come Albertazzi o Alberto Lionello: mi hanno fatto scoprire altre mie chiavi che potevo tirare fuori. È stato bello scoprirle e affinarle pian piano.
Come nascono i vostri sketch, avete uno schema di lavoro o andate in libertà?
T.S. Inizialmente c’è quello che noi chiamiamo “libero cazzeggio”. Dopo passiamo tutto al setaccio e le cose che rimangono a galla sono quelle più degne: da lì inizia la fase lacrime e sangue…
M.L. Certo, c’è improvvisazione, ma poi c’è la parte di studio. L’unico schema è quello di avere orari fissi, per anni ci siamo visti a casa mia tutti i giorni, a una certa ora, seduti sul divano con fogli e penne (poi con il computer). Per i Promessi Sposi abbiamo lavorato ogni giorno per cinque mesi per trasformare quel romanzo così famoso in un lavoro comico.
Qualche sera fa c’è stato l’ormai famoso ceffone di Will Smith a Chris Rock durante la serata degli Oscar: la causa, una battuta forse un po’ pesante. Cosa pensate di questo tipo di comicità? E poi, è comprensibile una reazione così plateale?
M.L. Quell’episodio non mi ha divertito, secondo me era preparato. Non mi sembrava improvvisato, era eccessivo e, ripeto, neanche troppo divertente. L’offesa non mi sembrava tale da suscitare quella reazione, probabilmente la scena è servita per fare un po’ di spettacolo. È un mio pensiero, magari mi sbaglio.
T.S. Anche io ho pensato fosse tutto preparato, ma chissà. Io la penso in maniera forse particolare, ma credo che la censura sia sempre da abolire. Però, dall’altra parte c’è la libertà di non apprezzare una battuta infelice. Il comico deve poter scegliere di cosa parlare: deve graffiare, smascherare il re nudo. Nei regimi totalitari viene subito instaurata la censura sulla comicità. Ma ci vuole anche un senso di responsabilità, un’intelligenza comica, chi fa battute deve sapere quale può essere il limite.
Il Trio è nato nel 1982, esattamente 40 anni fa. Come è cambiata la comicità in questo lungo arco di tempo?
T.S. Di sicuro è più frenetica. Chiunque può mettersi in rete e illudersi di essere un comico o un attore. Una volta c’era più attenzione per la costruzione di un pezzo comico. Un nostro sketch durava in media 8 minuti: oggi, in un programma tv come Zelig, in 8 minuti passano tre o quattro comici. È una comicità mordi e fuggi, con meno costruzione della battuta. Prima c’era più preparazione, una cosa che comunque piace ancora, visto che i nostri pezzi continuano a essere riproposti a Techetechete!
M.L. La comicità cambia sempre. Oggi forse è più difficile farla, perché non ci sono grandi modelli da seguire. È tutto più dispersivo, in tv e in teatro. Manca la concentrazione, è un’epoca in cui tutti sono diventati attori: gli sportivi, i virologi, i politici. Ognuno, anche attraverso i social, sente il bisogno di esprimere se stesso. C’è un’attenzione esasperata sull’“io”, ma manca il rispetto dei ruoli. Bravi professionisti ci sono, ma senza punti di riferimento a cui ispirarsi, il senso dell’attorialità, della comicità, sono lasciati al caso.
E la censura? Pezzi come quello di Khomeini, che scatenò un caso diplomatico nel 1986, o quello di San Remo, accusato di vilipendio, oggi avrebbero lo stesso effetto?
M.L. Chissà, forse avrebbero un effetto addirittura peggiore. Anni fa cose così si potevano fare, oggi forse no. La censura va di pari passo con il periodo storico in cui si vive, ma alla base c’è sempre la stessa ipocrisia.
T.S. Quelle volte lì, comunque, lo scandalo non era costruito in maniera strategica e intenzionale, non c’era calcolo. Io invece penso che oggi non avrebbe lo stesso effetto, non mi sento di assimilare quei nostri pezzi tutto sommato garbati a certe cose che girano adesso.
Come vivete il palco senza la presenza di Anna Marchesini? Cosa vi manca di lei?
T.S. Non siamo mai senza Anna, lei fa parte di noi. Inevitabilmente è in ogni nostro show. Fa parte degli anni più esaltanti. Anche in questo spettacolo c’è un momento dedicato a lei, un omaggio non retorico che parte dal cuore. Al di là di quello, Anna è plasmata nelle nostre anime.
M.L. Sul palco, Anna non manca, è presente. È talmente forte il nostro marchio di fabbrica, il Trio, che avvertiamo la sua presenza sempre. Sul palco siamo in tre, non in due. Ma lei, come amica, ci manca molto.
Tornando all’attualità: dopo la pandemia, la guerra. È difficile andare in scena con la necessaria leggerezza quando magari verrebbe voglia di dire “non c’è niente da ridere”?
T.S. È più difficile, non siamo robot. Ma è un compito a volte quasi terapeutico, come se fossimo chirurghi. Se la gente “ricerca” l’occasione per ridere? Forse sì, visto i teatri sempre pieni. Noi saliamo sul palco senza dimenticare quel che succede intorno, io sono solidale con gli ucraini. Mi vedo un po’ come Patch Adams (il medico ideatore della clownterapia ndr) che entrava nelle corsie dei bimbi sotto terapia oncologica e riusciva a vincere la disperazione, ad esorcizzare la tragedia con una risata.
M.L. È vero, siamo combattuti, ma alla fine penso che bisogna cercare di alleggerire lo spirito, sia il nostro che quello del pubblico. La situazione in Europa ci angoscia molto.
Zelensky era, nella vita precedente, attore comico. Pensate mai di abbandonare lo spettacolo per la carriera politica?
T.S. Mai. Intanto, “aborro” (e qui vengono fuori voce ed erre arrotata del “classico” Mughini, ndr) i cambi di professione. Io so far bene questo e non mi avventurerei in altri mestieri.
M.L. Se mi fanno fare il Presidente della Repubblica va bene, altrimenti no! Ma no, seriamente, non ho queste velleità.
Tra i comici delle nuove generazioni, chi vi piace? Chi coglierà la vostra eredità?
T.S. Eredi non ne vedo, abbiamo la nostra specificità, difficile avere uno stile assimilabile al nostro. Mi piace molto Virginia Raffele, che scoprii prima del grande successo: le offrii un ruolo a teatro che purtroppo non potè accettare. È una delle più brave. Anche la Cortellesi mi piace. Tra gli uomini Lillo e Greg.
M.L. Non penso a possibili eredi, nel lavoro sono un po’ naif. Penso che il pubblico che si diverta con me, può farlo anche con altri. Non invidio nessuno. Anche a me piace molto Virginia Raffaele. Sono anche consapevole del fatto che magari quelli che piacciono a me, poi non piacciono ad altri. È molto personale.
Alcuni vostri lavori sono entrati nella storia della comicità, come I promessi sposi o la Telenovela. C’è qualcosa, invece, che non rifareste?
M.L. Rifarei tutto, è incredibile, ma rifarei tutto. Sono soddisfatto della mia carriera.
T.S. Alle volte me lo chiedo, ma anche io mi rispondo sempre che tutto quello che ho fatto, anche nei momenti più difficili, è stato propedeutico per diventare quello che sono. Il pianoforte ha tasti bianchi e neri, insieme fanno la musica.
Con questo spettacolo tornate in Abruzzo, dopo la tournée del 2018. Che ricordi avete della regione?
M.L. Da bambino passavo l’estate a Rivisondoli: sono molto legato a quel periodo e di conseguenza ho continuato a girare tanto questa regione. Addirittura, quando viaggio da Roma ad Ancona scelgo di fare la bellissima autostrada che attraversa l’Abruzzo. C’è grande ospitalità, grande semplicità da parte delle persone e queste cose le ricordo con piacere.
T.S. Il fatto di essere sempre molto trasversali ci fa essere figli di ogni terra in cui facciamo spettacoli. È vero, da Roma, dove vivo, verso l’Abruzzo si incontra l’autostrada più bella d’Italia, sia dalla parte del Gran Sasso che verso la Marsica. Il viaggio è una parte bellissima del nostro mestiere, ti fa scoprire storie, luoghi, persone nuove.