Tardelli: «Quell’urlo mondiale ha cambiato la mia vita Ma allo stadio non ci vado più»

L’ex calciatore della Nazionale campione nel 1982 in Spagna e sua figlia Sara «L’abbiamo scritto insieme e così è rinata la complicità fra di noi»
di Ylenia Gifuni
«Il mio urlo è durato 7 secondi. Il mio amico Gaetano Scirea mi ha passato la palla in area e l'ho colpita in scivolata. Rete. Italia 2, Germania 0. Il boato di 90 mila persone. E io ho fatto la cosa che amavo di più: ho corso. Ero inondato dai ricordi, dal senso di riscatto, dall'adrenalina. Quei 175 fotogrammi mi hanno regalato un posto nella storia del calcio. E quell'urlo è stato una scossa elettrica che ha cancellato la mia vita. Non c'è stato più un prima e non c'è un dopo».
Inizia così la biografia “Tutto o niente” pubblicata da Mondadori a doppia firma: Marco e Sara Tardelli, padre e figlia, il campione del mondo di Spagna '82 e la giornalista 37enne che, a un certo punto della sua vita, decide di raccontare la storia di uno dei protagonisti assoluti del calcio italiano inquadrandone la dimensione umana, sportiva e familiare. A più di trent'anni dal famoso urlo di Madrid che ha consegnato la Coppa del Mondo all'Italia di Bearzot e l'allora centrocampista juventino alla leggenda, Marco Tardelli racconta senza reticenze alla figlia Sara la sua storia attraverso 167 pagine scritte in punta di penna. Il volume “Tutto o niente” è stato presentato dai due autori, intervistati da Luca Sofri, in un incontro molto partecipato all'auditorium Petruzzi durante il #FLA Pescara Festival. In questa intervista Marco e Sara Tardelli si raccontano al Centro.
Che cosa è accaduto dopo l'urlo di Madrid?
Marco Tardelli: È accaduto di tutto, io ho continuato la mia vita da calciatore facendo quello che mi è sempre piaciuto. Poi mia figlia Sara ha deciso di scriverne un libro, ma ha fatto tutto da sola, io ho soltanto parlato, è lei l'artefice del testo. È stata brava a tirarmi fuori le emozioni
Sara Tardelli: Io ero molto piccola, avevo 3 anni durante i mondiali dell'82 quindi non è che ne avessi proprio contezza. Lui non sa raccontarsi, ma da quell'urlo la sua vita è cambiata totalmente: per lui è stato la consacrazione perché si sono moltiplicati i fan, gli impegni ed è cambiata la gestione delle giornate. Ad esempio è diventato impossibile camminare per strada e farsi una chiacchierata.
Com'è cambiato il vostro rapporto padre-figlia dopo la stesura del libro?
Marco: Il nostro rapporto è sempre stato bello, ma adesso sicuramente si è fortificato ed è un pochino più maturo. Cresciamo tutti e lo abbiamo fatto anche noi. Ci divertiamo a presentare sempre insieme il libro in giro per l'Italia abbiamo più tempo per stare insieme.
Sara: Sicuramente c'è molta più complicità. Non è semplice lavorare con un genitore, ma invece dopo alcune difficoltà iniziali siamo riusciti a godere delle cose belle di questo rapporto. Non è solo lo stare insieme, ma la complicità che deriva dallo stare ad ascoltare per ore: un'abitudine oggi caduta in disuso poiché ascoltare non vuol dire stare 5 minuti al telefono, ma prestare attenzione all'altro anche per 5 ore di fila, una cosa che non mi capita più nemmeno con le amiche.
E' stata dura raccontare del rapporto di Marco con Moana Pozzi e del famoso 8 in pagella?
Marco: Preferisco parlare d'altro.
Sara: Se avessimo omesso questa parte ci avrebbero accusato di censurare un pezzo di vita. Penso che finché non fai male a nessuno non c'è nulla di male a raccontarlo. Io l'ho scoperto da sola, da ragazzina, mentre guardavo la tv. Il rospo l'ho ingoiato in silenzio. Adesso, invece, crescendo, dico che Moana era una donna bellissima, forte e di carattere.
Com'è stato vivere in una famiglia allargata dagli anni 80 in poi con 3 "mogli" e 2 figli?
Marco: Ho soltanto una moglie, le altre due sono compagne. Diciamo che la mia vita è stata attraversata da sentimenti vivaci che ho cercato di gestire come meglio potevo.
Sara: Per una volta sono d'accordo con lui. Mio padre è quello birichino: ama le donne e le rispetta, ma è un uomo che in amore non si metterebbe mai in pigiama e pantofole. A quell'epoca siamo stati un po’ pionieri, certo non è stato né facile né bello. Quando si lasciano i tuoi genitori scoppia un piccolo terremoto interiore che crea una faglia all'interno della famiglia, ma se uno ci mette intelligenza e capacità di comprendere capisce che i cambiamenti, sebbene all'inizio spaventano, poi rivelano grandi opportunità di crescita. Ho imparato da questa famiglia che la diversità va accettata perché è un seme che può germogliare e farti andare in un punto della vita difficile da raggiungere.
Cosa pensate della città di Pescara e come mai avete scelto di presentare il libro durante il #FLA?
Marco: Non è la prima volta che vengo a Pescara: conosco molto bene Vincenzo Marinelli, dirigente dell'Under 21, abbiamo festeggiato qui il suo compleanno, ma non ho avuto il tempo di farmi un'idea precisa della città. Ho scelto il FLA per la presenza di Luca Sofri, un ottimo giornalista che stimo.
Sara: Ero pazza di gioia di vedere Pescara. Una mia cara amica, Rachele, ha sposato un pescarese ed è entusiasta di questa città. Ho accettato l'invito felice, ma purtroppo il giorno della presentazione diluviava. Ci tornerò quest'estate.
Com'è il mondo del calcio oggi?
Marco: Non mi piace più andare allo stadio, guardo le partite in tv, tanto da commentatore sportivo non mi cambia nulla.
Sara: Finché mio padre era in Italia e allenava mi ha vietato categoricamente di occuparmi di calcio, poi per fortuna è andato via e ho potuto coltivare questa passione. Da tre stagioni sono a "La giostra del gol" la trasmissione di Rai Italia dedicata agli italiani all'estero. Lì si vive il calcio in maniera diversa: per loro è una passione sana, che aiuta a stare bene, emozionarsi e divertirsi.
Chi è il campione più grande di sempre e quello oggi più dotato?
Marco: Dico Maradona senza neanche pensarci: perché è il più bravo di tutti, ha più classe, talento e fantasia. Oggi tra i tanti mi piace Marchisio, lo considero uno dei migliori, in tanti lo paragonano a me.
Sara: Difficile smentirlo su Maradona, anche se io dico Platini per la sua ironia. Ricordo a Tokyo quando, invece di urlare contro l'arbitro, si sdraiò in campo su un fianco per protesta. Oggi sceglierei Cristano Ronaldo o, in prospettiva, Donnarumma.
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