Travaglio in teatro «L’Italia? Siamo un Paese di lecchini»

Il giornalista venerdì al Massimo di Pescara: «Si può solo a ridere di quel che si sente in tivù»
di Giuliano Di Tanna
«Fra le mie cartelline di ritagli ne ho una dedicata esclusivamente alle leccate di culo ai potenti. E’ la più alta: mi arriva all’anca». Chi volesse sapere perché il nuovo spettacolo teatrale di Marco Travaglio si intitola “Slurp” è servito. Alle contrapposizioni fra destra e sinistra, secondo il giornalista torinese direttore del Fatto Quotidiano, è succeduta ormai una melassa indistinta, sui giornali e altrove, in cui tutti leccano tutti e nessuno viene criticato. Questo Belpaese delle leccate incrociate Travaglio lo racconterà, venerdì sera dal palco del teatro Massimo di Pescara (si legga il box qui accanto). Lo spettacolo ha debuttato un paio di settimane fa al Festival del giornalismo di Perugia. «Ma», spiega lui, «quella è stata una sorta di prova generale. La vera prima sarà quella di Pescara».
Come nasce l’idea di questo “Slurp”?
«Dal mio vizio di collezionare ritagli di giornali. Insieme a quelle normali, ho una cartellina in cui raccolgo tutte le leccate di culo».
Fatte da chi?
«Fatte soprattutto da giornalisti, ma anche da intellettuali, artisti, scrittori, imprenditori, politici. Ci sono quelli che leccano il culo di altri; quelli che se lo leccano a vicenda, con le recensioni incrociate, per esempio; e quelli che si autoleccano, con qualche contorsionismo, autocelebrandosi».
E’ un fenomeno recente?
«No. Ma da quando ci sono queste larghe intese, dichiarate o meno, non c’è più nemmeno quel ping-pong fra destra e sinistra, fra chi governa e chi è all’opposizione. Da quando Napolitano ha imposto che dobbiamo stare tutti insieme non c’è più neanche un simulacro di giornalismo pluralista e indipendente. Ho deciso di fare questo spettacolo perché penso che l’unico modo per limitare il vizio di piaggeria del giornalismo italiano stia nel fatto che la gente cominci a ridere di brutto di tutto quello che sente e vede in televisione».
E’ importante ridere del potere?
«Be’, sì. Prendiamo quello che è successo la settimana scorsa a Milano. Se invece di quelle teste di cazzo dei black bloc a fare quel casino, ci fosse stato qualcuno ad accogliere a colpi di pernacchie Renzi e i suoi incensatori, questi avrebbero fatto molto più male al potere».
A parte lei che lo fa da tempo, ci sono altri giornalisti, come Scanzi e Severgnini, che girano l’Italia con spettacoli teatrali: come spiega questa moda?
«Sono recital in cui i giornalisti raccontano delle storie; con la differenza che, in teatro, si ha la possibilità di dialogare con persone in carne e ossa. A me piace girare e incontrare la gente perché così capisci quali sono le cose che interessano ancora e quelle che, ormai, hanno stufato».
Cosa ha stufato la gente?
«Intanto ha stufato il tono predicatorio. Hanno stufato quelli con il ditino sempre alzato. Bisogna usare un linguaggio meno indignato. L’indignazione c’è sempre, ma è molto più efficace se riesci a trasformarla in sarcasmo. Il linguaggio del comico è quello che penetra di più perché non “appalla”, non angustia le persone».
C’è anche dell’autocritica in questa considerazione?
«Non lo so. Di me hanno sempre detto che riesco a dire cose anche tremende con il sorriso sulle labbra. Ho sempre pensato che il potere lo si colpisce di più con le risate che con l’invettiva. I cattivi, chiamiamoli così, non devono guardarsi tanto dai professoroni con il ditino alzato, quanto da chi li prende in giro».
Se fosse vivo, Montanelli, un suo maestro, farebbe mai uno spettacolo come il suo?
«Montanelli non ha mai avuto paura di contaminarsi con altri generi: ha scritto pièce teatrali, sceneggiature, ha fatto anche comparsate in tv. Non ha mai avuto paura di prendersi in giro. Io mi limito a farmi accompagnare sul palco da una brava attrice che legge questa collezione di leccate di culo. E’ impressionante quello che i giornalisti, in questi anni, sono riusciti a fare: con Berlusconi, con quell’anima morta di Monti, e perfino con D’Alema che un settimanale femminile arrivò a definire un sex symbol. L’unico che non si è riconvertito è il povero Emilio Fede che ha sempre leccato lo stesso culo. Il leccatore moderno, invece,nel dubbio, lecca tutti. Pulitzer diceva: a lungo andare, una stampa serva crea un pubblico indecente. E’ vero».
Tramontato Berlusconi, è Renzi il nuovo “cattivone” della satira?
«Si sta gonfiando come la rana della fiaba. Se qualcuno lo pungesse, si sgonfierebbe e tornerebbe quello che era fino a due anni fa: uno che voleva rottamare e cambiare le cose».
C’è qualche giornalista italiano non leccante da prendere a modello?
«Per la carta stampata, Gian Antonio Stella del Corriere della sera. Per la televisione Milena Gabanelli e Riccardo Iacona».
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