Vini bianchi di montagna per il brulè più raffinato che sa rallegrare l’anima

19 Gennaio 2017

Indispensabili ingredienti di alta qualità, la versione più elegante prende spunto da blend di uve coltivate in quota a Tione degli Abruzzi

GORIANO VALLI. A Cotto & Crudo una coppa di vin brulé per scaldarsi le mani e il cuore. E mitigare i rigori dell'inverno nella migliore tradizione delle popolazione alpine. Vino cotto con la frutta (la videoricetta sul sito del nostro giornale, www.ilcentro.it), un conforto immediato nelle gelide giornate di pieno inverno e un toccasana a tutte le ore.

Riscaldato e aromatizzato il vino diventa una bevanda energetica di pronta assimilazione, senza dare alla testa perché l'acol contenuto evapora durante l'ebollizione. Una piacevole alternativa alla solita tisana o cioccolata, vin brulé da sorseggiare in allegra compagnia con i dolci del Carnevale, a fine pasto come vino da meditazione, preferibilmente davanti al camino acceso. E anche corroborante aperitivo, magari accompagnato da chips di patate vitellotte, buccia e polpa viola scuro, rare quanto benefiche, per un mix di antiossidanti naturali da far invidia alla moderna farmacopea. Un rituale che sa di buono e sano, pochi e semplici ingredienti ma di grande qualità.

Li rintracciamo anche stavolta sulla montagna aquilana. Il vino bianco da cui prende spunto la versione più elegante di vin brulé è un blend di uve – tra cui Traminer e Chardonnay – coltivate in quota a Tione degli Abruzzi, media valle dell'Aterno, da Adriana Tronca, coraggiosa vignaiola nata a L'Aquila, cresciuta a Milano, full immersion tra i vigneti della Franciacorta per rientrare, qualche anno fa, in Abruzzo determinata a produrre bollicine di montagna all'aria fine del Sirente (www.vignadimore.it). «Per un ottimo vin brulé la qualità del vino è fondamentale», sottolinea l'eroica vignaiola, «nulla a che vedere con vini grossolani o andati a male, coperti di zucchero e spezie nella speranza che, riciclati, divengano buoni da bere». Vino bianco, allora, per un brulé più raffinato, di grande bevibilità.

E ruffiano come piace alle donne, perfetto per avvicinare – con prudenza – le nuove generazioni alla cultura del buon bere. Vini fini di montagna, o addirittura bollicine blanc de blancs o blanc de noirs come usa in alcune famiglie del nord, dove la cultura del vino è tale da preferire la champagnotta alla più quotidiana bordolese. Nessuno spreco, assicura Adriana, «È la filosofia del poco ma di qualità, principio che dovrebbe accompagnare ogni nostro atto alimentare. Come raccontava la mia nonna di Tione, Anna Domenica, si beveva il vino, con l'acqua, anche d'estate durante la mietitura. Perché il vino è un alimento e i contadini sapevano dosarlo, un bicchiere di vino robusto a pasto. Aiutava nel lavoro e rallegrava gli animi».

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