«Vita, animali e Jack London i miei riferimenti»

10 Marzo 2018

Romana Petri oggi a San Giovanni Teatino presenta il romanzo “Il mio cane del Klondike”

Per la rassegna “A tu per tu con l’autore” del Centro commerciale Centro d’Abruzzo oggi alle 18 alla libreria Coop in via Po 1 a San Giovanni Teatino verrà presentato l’ultimo romanzo di Romana Petri, “Il mio cane nel Klondine” edito da Neri Pozza. La scrittrice romana ne parla con il Centro.
La molla che fa partire la sua storia è l’incontro con il cane abbandonato Osac (anagramma di caos) che ricorda per il suo carattere tenace i cani da slitta che si usavano nel Klondine raccontato da Jack London, autore che lei cita a partire dall’ex ergo tratto da “Il richiamo della foresta”. Quanto è stato importante questo grande autore americano per lei?
Jack London è un autore che vive con me da quando ero bambina. I primi libri fu mio padre a leggermeli e a commentarli. Poi ho continuato da sola e non ho mai smesso. London è uno scrittore che rileggo spesso. Ne ho proprio bisogno. “Il mio cane del Klondike” è un evidente omaggio a “Il richiamo della foresta”. Anche se qui c’è un “cane-padrona”, la donna è certamente una copia moderna di John Thorton, il salvatore di Buck. Solo che il mio è un mondo diverso da quello ancora così giovane di London. Il mio è invecchiato. Oggi, seguire il richiamo del selvaggio è un desiderio che non si può mettere in atto (mi viene in mente il bel film “Into the wilde”). Possiamo giusto coltivarlo dentro di noi. Era ovvio che anche a Osac fosse negato. Ho appena finito di scrivere un racconto per ragazzi su Jack London. Un London bambino al quale un cane di nome Buck rivelerà il suo destino di scrittore.
Anche nei suoi precedenti romanzi molti cani erano presenti tra le sue pagine più belle. Che rapporto ha con il mondo degli animali e quanto c’è di autobiografico nella storia di Osac?
Mio padre veniva dal mondo contadino, fin da piccolo ha subito instaurato con gli animali un rapporto profondamente “sentimentale”. Diceva che erano angeli scesi dal cielo “a miracol mostrare”. Mi ha insegnato che averli è un po’ come portarsi in casa un pezzo di natura. Difficile poi farne a meno. Osac è realmente esistito ma, come in ogni romanzo, la sua storia è stata trasformata dal narrare che sempre interpreta e mai può essere una riproduzione del vero. Era un cane decisamente estremo, a me è toccato estremizzarlo. La bellezza della letteratura, quando è dichiaratamente autobiografica, sta proprio nel nascondersi dietro un muro. È quando si inventa che si è più oscenamente a nudo.
Il cuore del suo romanzo è il rapporto tra la protagonista, una giovane insegnante, e questo cane problematico. È una metafora per parlare di passioni e amori impossibili?
Credo che ogni lettore possa trovare in questa storia quel che più desidera. Certo, anche l’idea di amore racinianamente impossibile, la passione che tutto travolge e distrugge. Mentre scrivo non so mai dove andrò. Ma alla fine di questo romanzo ho avuto l’impressione di aver scritto qualcosa su una delle sindromi più comuni: quella dell’abbandono. Chi non ne soffre o ne ha sofferto? Ma anche un libro sull’importanza del prendersi cura. E sulla diversità.
Il suo libro rimanda anche al tema dell’accettazione del diverso?
Sì, Osac è una specie di moderno migrante. Solo che invece di pretendere che lui capisse la mia lingua, sono stata io a voler imparare la sua. Quando qualcuno mi dice che al suo cane manca la parola vado su tutte le furie. Ogni creatura sa parlare. L’importante è saper mettere in atto l’ascolto gentile. Ognuno di noi, come dice lo psichiatra Eugenio Borgna, è prima di tutto un colloquio. La diversità è forse la più crudele delle invenzioni perché fa sempre di tutto per impedirlo.
Osac proteggerà la sua nuova padrona da un vecchio maniaco, ma per il suo eccesso di amore e gelosia potrebbe diventare lui stesso una minaccia. E vengono alla mente i temi delle molestie e della violenza di cui le donne sono vittime.
Il mondo femminile è sempre a rischio, per mancanza o per un eccesso di amore sbagliato. Sembriamo molto fragili, ma il realtà siamo “dure a morire”. La forza delle donne era qualcosa di sconosciuto fino a poco tempo fa. Per l’uomo è stata una difficile scoperta perché gli si è trasformata in insicurezza. Non hanno amato sentirsi fragili, messi in discussione. Anche gli uomini più miti vivono la nostra resistenza con grande difficoltà. I capovolgimenti purtroppo possono generare violenza perché fanno una gran paura. Una ingiusta e pericolosa paura che genera reazione. Spesso, purtroppo, anche fatale.
Quando e come ha scoperto la sua passione per la scrittura?
Da bambina, quando per trascorrere il tempo mi raccontavo delle storie. Non lo facevo ad alta voce,ma dentro di me. “Cosa avrà questa bambina?”, si chiedevano in famiglia vedendomi così quieta, seduta davanti a uno specchio. Ho sempre avuto accanto a me un baule pieno di gente. Persone che stavano lì a farmi molta compagnia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA