Banda di poliziotti infedeli: ecco chi sono gli abruzzesi spiati

Anche la super manager aquilana Luglini tra le vittime del saccheggio di dati riservati
NAPOLI. Ci sono anche abruzzesi tra le vittime della banda di poliziotti infedeli che spiava soprattutto imprenditori, calciatori, manager e personaggi dello spettacolo. Un’organizzazione criminale, scoperta dalla procura di Napoli guidata da Nicola Gratteri, che raccoglieva dati riservati dai sistemi informatici di forze dell’ordine, Inps e Agenzia delle Entrate per rivenderli a società di investigazioni, facendo pagare ogni pratica dai 6 ai 25 euro.
Pubblici ministeri e squadra mobile partenopea sono al lavoro per identificare i nomi corrispondenti al mezzo milione di codici fiscali contenuti nei 900 file ritrovati nei dispositivi sequestrati durante la prima fase dell’indagine, sfociata nelle perquisizioni dell’estate 2023. Ma spuntano dettagli interessanti dalle 1.852 pagine dell’ordinanza con cui il giudice Giovanni Vinciguerra, tre giorni fa, ha disposto l’arresto di 11 persone (complessivamente gli indagati sono 85). Un’iniziale verifica a campione degli investigatori ha fatto emergere tra i bersagli la commercialista aquilana Raffaella Luglini, 55 anni, «membro del board di Leonardo», si legge sulle carte, società a controllo pubblico che opera nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza. La supermanager è presidente di Fondazione Ansaldo e, alla fine del 2019, è stata nominata direttore generale di Fondazione Leonardo, attive nella promozione della cultura aziendale. In passato ha gestito le relazioni istituzionali ed esterne di Telespazio (servizi satellitari).
Hanno subito il saccheggio di dati personali pure il cantautore Alex Britti, la showgirl Lory Del Santo, gli ex portieri dell’Inter Alex Cordaz e Julio Cesar, insieme a nomi dell’imprenditoria italiana come l’ex amministratore delegato di Piaggio Roberto Colaninno (morto nel 2023), lo stilista Alberto Del Biondi e manager di Generali, oltre a decine di aziende in tutta Italia, commercianti, piccoli impresari e impiegati. Tutti vittime a loro insaputa, e senza alcuna colpa, della ricerca di informazioni messa in campo dal gruppo ora sotto accusa per un lungo elenco di reati, contestati a vario titolo: associazione per delinquere finalizzata all’accesso abusivo ai sistemi informatici, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Accertamenti fiscali illegali sono stati svolti nei confronti di Umberto Valleriani, 44 anni, originario di Teramo, anche lui vittima della banda. Così come Emiliano Vermiglio, 33 anni, nativo dell’Aquila, del quale sono stati carpiti dati anagrafici e informazioni sul conto corrente. In uno dei cellulari analizzati, i poliziotti hanno trovato la foto di un foglietto con le generalità di Simone Tini, 49 anni, nativo di Penne: la banda era interessata alla sua utenza telefonica.
Nel frattempo, il sequestro di un server individuato in Emilia Romagna, durante le perquisizioni eseguite all’alba di mercoledì scorso, apre nuovi orizzonti investigativi sui dossier raccolti con la complicità di poliziotti e pubblici ufficiali infedeli.
Nella ricostruzione dei magistrati, al centro c’è la società Sole investigazioni e sicurezza, ritenuta nel periodo sotto indagine riconducibile all’imprenditore ferrarese di 47 anni Mattia Galavotti e a Giuseppe Picariello, 50 anni, nato a Milano e residente a Portici, entrambi destinatari di un’ordinanza in carcere, con sedi operative a Ferrara e a San Giorgio a Cremano, poi chiuse dopo le prime perquisizioni dell’estate 2023, e una serie di collegamenti con altre società. È finito dietro le sbarre anche l’ex sostituto commissario della squadra mobile Giovanni Maddaluno, in pensione dal 2024, mentre ai domiciliari sono andati i due poliziotti, Piermassimo Caiazzo e Alfonso Auletta, all’epoca dei fatti in servizio a Secondigliano.
Nell’indagine sono coinvolti pure un agente della polizia locale, Raimondo Siena, che avrebbe acquisito informazioni dalle banche dati di Inps e Punto Fisco dal comando al quale apparteneva, e un dipendente dell’Agenzia delle Entrate, Francesco Saverio Falace: per entrambi sono stati disposti i domiciliari, così come per il commercialista Pietro De Falco, che avrebbe assunto il ruolo di «professionista contabile deputato a mascherare il prezzo della corruzione attraverso l’emissione di false fatturazioni», scrive il giudice nella sua ordinanza. I pagamenti avvenivano in contanti o attraverso ricariche Postepay. Uno degli indagati, Giuliano Schiano, era già stato coinvolto nell’inchiesta Equalize, arrivata a conclusione a Milano. Nell’attuale indagine Schiano, all’epoca dei fatti appuntato della guardia di finanza in servizio alla direzione investigativa antimafia di Lecce, è indagato per una singola consultazione abusiva. Un legame a doppio filo, dunque, intreccia il lavoro della procura lombarda con quello dei magistrati partenopei dell’undicesima sezione (sicurezza dei sistemi informatici).
A muovere questa colossale macchina illecita era solo il movente economico, alimentato dalle agenzie di investigazioni private e regolato da un tariffario dai costi contenuti, ma capace di generare profitti plurimilionari grazie all’enorme quantità di dati trattati. Le carte dell’indagine mostrano una vera e propria «galassia» di utilizzatori finali, un network in cui gli operatori privati si scambiavano dati a seconda dei canali di approvvigionamento disponibili».
Scrive il giudice Vinciguerra: «Chiari risultano caratura e spessore criminale dei singoli indagati, conosciuti sia nell’ambito delle amministrazioni pubbliche di appartenenza, sia tra quanti operano in quel variegato mondo collegato all’assunzione di informazioni e dati su persone fisiche e giuridiche; mondo spesso sovrapponibile a quello delle investigazioni private, con le potenziali ricadute in termini di privacy e dossieraggi che da tempo alimentano le cronache non solo nazionali». Il giudice parla di «acclarata pericolosità sociale degli indagati, in considerazione della assai significativa gravità dei fatti (perdurante fenomeno associativo radicato nel territorio con ramificazioni nell’intera nazione, dalla Lombardia al Veneto e al Lazio) e della loro personalità, avendo prestato con carattere “professionale” la loro attività nell’interesse dell’associazione criminale». Ed è indubbia «la capacità di “parare” le attenzioni investigative, anche con il ricorso a sofisticati metodi di comunicazione».
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