Dieci anni senza Pannella, il ricordo del suo braccio destro: «Diventammo amici a Napoli davanti a una Margherita»

L’intervista a Sergio Rovasio: «Capì Internet, ma odiava i computer. E quei viaggi in macchina a tutta velocità: non guidava, ma pressava chi era al volante»
PESCARA. «Marco era inarrestabile. Un giorno annuncia: “Stavolta dovranno sottoscrivere tutti per contribuire all’asta radicale. Anche Pertini!”».
E tu?
«Chi ci va da Pertini, scusa?».
Che disse Pannella?
«Tu!».
Ma un presidente della Repubblica non può dare soldi a un partito.
«Infatti. Invece Marco lo chiama, ci parla, e mi dice: “Corri al Quirinale”».
Tu vai.
«Con il motorino e i jeans scoloriti. Mi fermano all’ingresso, perplessi. Poi chiamano Pertini e lui: “Fatelo salire”. Mi riceve, sorridendo. Sai cosa mi ha dato?».
Non ne ho idea.
«Tre delle sue pipe. Sono state vendute all’asta in una diretta su Teleroma 56!».
Sergio Rovasio, storico collaboratore di Marco Pannella. Dopo la sua morte ha lasciato la politica e aperto un pub a Torino, l’Oinos Wine Bar. Questa è la sua prima intervista su quegli anni incredibili.
Sergio, come e quando il primo incontro con Pannella?
«Era il 1982, ero un militante fricchettone e rigorosamente antipannelliano».
Perché, si poteva essere radicali ed essere antipannelliani?
«Uhhhhh!!!! Da radicali, allora, si poteva essere tutto».
Cioè?
«Sono cresciuto a Torino: da ragazzino nel collettivo studentesco, poi alla fine delle superiori nel collettivo anarchico. Ma un giorno…».
Che accade?
«Vedo in città dei manifesti semplicissimi ma potenti: uomini nudi stilizzati imprigionati che rompevano delle maglie d’acciaio “SCATENATI!”».
Erano del Partito Radicale.
«Esatto. Mi viene l’impulso di andare in sede a vedere».
Come mai?
«Non si capisce la forza di quella parola d’ordine su di me, se non si inquadra il contesto: Anni di Piombo, sanguinosi, a Torino. Usa contro Urss nel mondo, società conservatrici, militanze seriose rosse, bianche o nere. E invece...».
Invece cosa?
«Il partito che scoprii, incuriosito da quelle affissioni, era un mondo anche umanamente incredibile, se visto con gli occhi di oggi».
Spiegati.
«In sede c’era anche Radio Radicale. E in radio c’erano i programmi autogestiti delle associazioni».
E quindi?
«Trovavi sempre puttane e travestiti che facevano dirette, la sede de il Fuori, l’attivissimo collettivo omosessuale fondato da Angelo Pezzana. Ma ovviamente le femministe, mobilitate dalle campagne sull’aborto. E gli obiettori di coscienza. E infine i vecchi eleganti liberali della sinistra torinese, reduci degli anni Sessanta, un altro mondo ancora».
E i leader?
«Adelaide Aglietta faceva su e giù con Roma, dopo essere stata giurata nel famoso processo delle Br che si tenne grazie a lei: accettò di essere giurata popolare, quando tutti scappavano. E Giovanni Negri, giovane di sicuro avvenire futuro segretario del partito».
Non hai ancora spiegato perché anti-pannelliano.
«Progettavamo mille iniziative, che finivano tutte nell’immancabile dilemma: “Ma se poi Pannella non vuole?”. Era il peso del carisma, che si avvertiva anche senza parole».
E tu?
«Mi identificavo con la visione dei “radicali libertari” che contestavano “il padre padrone” del partito».
Persino tu, che poi ci avresti lavorato tutta la vita? Ah ah ah.
«C’era il congresso, si faceva ogni anno. Lo incrociai. Ebbi la malaugurata idea di andare da lui a dire qualcosa come: “Non mi piace per nulla che i radicali abbiano un capo”».
E lui?
«Mi guardò con quegli occhi azzurri folgoranti e mi disse per la prima volta la frase che era il suo tormentone regolare per ogni discussione politica o personale spinosa».
E cioè?
«“Non hai capito un cazzo”».
Disastro, dunque?
«Dipende dai punti di vista. Poco dopo, infatti, mi disse anche: “Devi venire a Roma per dare una mano in tesoreria”».
E lo hai fatto?
«Certo. Dovevo rimanere lì due mesi. Sono rimasto per 32 anni».
Parliamo del tormentone.
«“Non capisci un cazzo”. Quando metteva quelle cravatte orrende. Quando cucinava lui, quattro etti di pasta in due e sei etti di parmigiano, due etti di burro sopra… tutto eccessivo, non solo nel cibo. Quella per Pannella era un’espressione tipica e affettuosa».
Dopo il congresso prendi servizio nella sede nazionale.
«A Torre Argentina 18, la vecchia casa dei radicali, proprio sopra il bar Pascucci».
Lavoravi a pochi metri dalla sua stanza.
«Ci parliamo, ci conosciamo. Io un giorno in sede dico, non a lui: “Voglio tornare a Torino”. La tesoreria non era la mia passione».
E Marco?
«Mi incrocia e mi dice con tono che non prevedeva repliche: “Prendi una macchina! Domani mattina alle sei vieni a prendermi a casa che andiamo a Napoli, al carcere di Poggioreale”».
E come è andata?
«Siamo entrati alle nove di mattina. Siamo usciti a mezzanotte. La prima esperienza choccante della mia vita radicale».
Come mai?
«Oggi lo ricordo razionalmente come un momento formativo. Ma quel giorno…».
Cosa?
«Odori. Dolore. Essere investiti da affetto, odio, rabbia. Amore. Il caffè che ci veniva offerto in ogni cella…».
Cosa ti accade?
«Che capisco qualcosa: in un pomeriggio mi ero tolto tutti gli stravizi del ragazzo cresciuto in una grande città, convinto di aver capito tutto della vita».
Pannella in carcere era a casa sua.
«Senza dubbio. C’era stato spesso. I detenuti quando lo vedevano urlavano, gioia ma anche disperazione. Ricordava sempre divertito l’arresto del 1975, per via degli stupefacenti».
A fermarlo era stato il commissionario abruzzese Ennio Di Francesco.
«Che lo arrestò, perché non poteva fare altro, ma che il giorno dopo gli mandò un telegramma di solidarietà prendendosi un richiamo!».
E così lui finisce a Regina Coeli.
«Marco raccontava di essersi emozionato per l’accoglienza dei detenuti. Tanti simpatizzanti, chiedevo. “Di sicuro tanti tossici”».
E poi?
«Sosteneva che gli avessero cucinato il migliore pollo ai peperoni della sua vita».
A Napoli alla fine di quella giornata, voi due, in pizzeria.
«Avevamo stretto, in una giornata che pareva infinita, il legame di amicizia che è durato per tutta la vita».
Davanti a una Margherita.
«Ad un tratto si era avvicinata una signora, gridandoci: “Eccoli, i parassiti! Parlamentari che fanno la bella vita e si fanno le cenette”».
E Pannella?
«Imperturbabile. “Signora, noi veniamo da 15 ore di Poggioreale in visita ai detenuti. Perché non se ne va affanculo?”».
Oddio.
«Non era sboccato, ma se lo provocavano non si tirava indietro».
Se andavate fuori giravate sempre con una macchinona Avis di alta cilindrata presa a noleggio.
«Amava la velocità. Non guidava lui, ma pressava chi era al suo fianco: “non sai guidare, ti spiego come si fa, e dava indicazioni da Formula1"».
Perché?
«Detestava il tempo morto dei viaggi. Sulla Roma-Teramo abbiamo battuto qualsiasi record. Una volta ci arriva una multa. Salatissima».
E lui?
«Si infuria: “Questa la dobbiamo contestare! Non è nostra, ce l’hanno appioppata!”».
E tu?
«Ma Marco, alle tre di notte, sull’autostrada di Pescara, a 200 km all’ora chi vuoi che sia? Siamo noi. Carlo Romeo, il mitico giornalista di Teleroma56, la tv romana dei Radicali, che stava sempre con noi, avrebbe di che raccontare».
Vita quotidiana di Pannella.
«Scandita da Stampa e Regime di Massimo Bordin: se chiamavi prima che fosse finita la rassegna ti poteva insultare e cacciare».
E poi?
«Tre ragazze facevano da ufficio stampa, filtravano le chiamate di Marco. Io dopo un po’ iniziai a assisterlo in tutti gli impegni parlamentari. E quindi in tutto il resto, a partire dalle “operazioni speciali”».
È vero che capì Internet ma odiava i computer?
«Marco scriveva con la lettera 22 dell’Olivetti, da quando era corrispondente del Giorno a Parigi».
Incredibile.
«Senti questa: Roberto Cicciomessere, patito di tecnologie, gli regalò uno dei primi portatili. E lui corse a prendere una risma di carta».
Per fare cosa?
«Ci guarda e dice: “Dove si infila il foglio? Voglio provarlo”».
Leggende metropolitane!
«No, guarda, c’ero. Ma poi è lo stesso uomo che fonda Agorà telematica».
La prima rete proto-internet, insieme a Video online di Grauso.
«Eravamo collegati con l’Universita di Pisa: “Se esiste una rete mondiale dove tutti possono connettersi – diceva – dobbiamo sfruttarla noi!”».
Tu intanto dove ti collochi?
«Evy, la capo segreteria del gruppo parlamentare, mi assegna un ufficio a Montecitorio. Avevamo dei militanti, amici, dirigenti radicali straordinari, con persone di gran fiducia, da Paolo Vigevano che riusciva a far funzionare con molta professionalità Radio Radicale all'amore della sua vita Mirella Parachini, fino al fedelissimo di una vita Sergio Stanzani. Comunque, da lì seguivo tutte le cose di Marco. Anche le più difficili».
Cosa intendi?
«La madre di Marco muore nel 1983 e il padre nel 1986. Resta solo ed eredita tutto».
Le famose “dieci proprietà”.
«A Teramo la famiglia Pannella era molto importante. Lo zio monsignore, di cui Marco aveva conservato gelosamente la biblioteca che fu rubata dagli scantinati di Via dell'Aeroporto, e poi le terre, persino dei locali commerciali».
Che rapporto aveva con il denaro?
«Vuoi la verità? Non aveva la più pallida idea di cosa fosse e di cosa significasse quel patrimonio in termini economici».
Possibile?
«Ne sono il testimone diretto. Mi chiamò nella sua stanza e mi disse: “Sergio, prendi in mano queste cose, dobbiamo vendere tutto per finanziare il partito”».
E tu?
«Gli chiedo di indicarmi i terreni, i valori approssimativi…».
E lui?
«“Sergio, non so cosa sono e dove siano. Pensaci tu”».
E come hai fatto?
«Autobus per Teramo. E due giorni a vagare nelle campagne a cercare le proprietà, e poi i parametri per fare stime».
Dove sono finiti quei soldi?
«Comprammo e strutturammo la rete di Agorà telematica. Finanziammo gli Amici della terra, il Centro Calamandrei. E infine, ovviamente, Radio radicale. Milioni e milioni perché non c’era nessun finanziamento pubblico».
E per sé?
«Non ha tenuto un centesimo. Pensa che anche sull’argent de poche dovevano sorvegliarlo, gli davamo poche banconote».
Perché?
«Tutti i barboni, tutti i clochard del centro storico erano mantenuti da Marco. Alcuni lo inseguivano, altri si appostavano, altri ancora li andava a cercare lui, che si preoccupava se non li vedeva più: quando li trovava gli dava tutto quello che aveva in tasca».
Fammi un esempio di questa gestione.
«A Giulianova Marco non lo sapeva, ma era proprietario di un hotel Ristorante albergo».
Che fine ha fatto?
«Venduto – e bene – grazie a Giuseppe Rossodivita, super avvocato e militante che si occupò della valutazione».
Alla fine gli era rimasto un solo parente abruzzese.
«Carlo Tacchetti, cugino molto legato a Marco, amatissimo e ricambiato. Si è battuto per ricordarlo a Giulianova».
Pannella amava sia Teramo che Giulianova.
«Era pazzo dei suoi zii, ore di viaggi su e giù per andarli a trovare. Teramo era la sua formazione, Giulianova il luogo dell’infanzia e delle vacanze».
Amava l’Abruzzo.
«Girava tutto il mondo, ma qui doveva tornare, sempre. Marco aveva fatto tornare a Teramo anche il padre, negli ultimi tre anni di vita».
Dove?
«All’hotel Sporting, che era il luogo elettivo dei radicali: era seguito da due infermiere. Teramo le radici e dove lavorava Gabriele, il più grande chef di tutti i tempi che non è più tra noi. E poi Giulianova il posto del cuore».
Fammi un altro esempio.
«La famiglia abitava in via Pannella, dedicata a Monsignor Pannella, il famoso zio che donò alcune delle sue terre alla diocesi per far costruire la chiesa poco più avanti».
E tutto questo patrimonio è andato speso per la politica?
«Avevamo costi altissimi. Ti faccio un altro esempio: se c’erano emergenze scendevo al Banco di Napoli, avevo la firma del suo conto privato».
E come funzionava?
«Che chiamavo e dicevo: “Direttò, c’è da pagare questi stipendi. Questa spesa”. E poi emetteva mandato”».
Le spese erano tante, tutte per l’attività politica.
«Le grandi scelte le faceva Marco con i tesorieri. Alcune dolorosissime. Pensa che per la campagna “Emma for president” nel 1999: vendemmo a peso d’oro la rete di Radio Radicale 2. E lo stesso accadde con Agorà telematica, un nostro gioiello, per la campagna referendaria sui 20 referendum».
Eravate connessi già nel duemila.
«Collegavamo trenta quaranta linee dei nostri centralini».
Chi era il regista di tutto?
«E chi? Lui, con i bracci operativi di Roberto Cicciomessere, Gianni Betto e Gianni Sandrucci, tra i più grandi informatici italiani dell'epoca e forse ancora oggi».
Slogan, simboli, trovate.
«Ad esempio: “Diecimila iscritti o chiudiamo! Con i call center arrivammo a 30mila».
Altra campagna?
«La fame nel mondo: “Se non ci occupiamo noi degli africani – diceva – saranno gli africani ad occuparsi di noi”».
Fine anni '70, la Rosa nel pugno listata a lutto per denunciare la fame nel mondo.
«Il mago delle immagini era il nostro grafico Aurelio Candido. Marco scarabocchiava, diceva. E lui inventava».
Ad esempio?
«La lista “Pannella per il Partito Democratico”. Provò anche a iscriversi al Pds, ma non lo vollero! Capisci, nel 1990! Così nacque la lista della Genziana all’Aquila. La prima civica che iniziò ad occuparsi di unire identità diverse».
E poi?
«La Lista Pannella alla regione Abruzzo, che andò bene, e poi a Teramo, con Ivan Graziani, Grazia Scuccimarra. Un trionfo».
Cosa ricordi?
«Un memorabile concerto di Ivan davanti alla Chiesa. E poi…. Ehhhhh».
Cioè?
«La prima ruspa della politica italiana. Che fu di Pannella, non di Salvini».
Davvero?
«La lista Pannella protestava contro la tangenziale e un contadino disse a Marco. “Blocchiamo il cantiere con il trattore? Ma se lo faccio io mi arrestano subito”».
E quindi?
«Che ridere. Si fece spiegare i comandi, e si mise lui alla guida, per gli ultimi metri. Andò con questo trattore a bloccare i lavori. Denunciarono Marco, ovviamente. Ma sequestrarono il mezzo al contadino».
Grave?
«Marco non ci dormiva pensando che quello non poteva lavorare. Così gli suggerì: “Tu sporgi denuncia contro di me e dì che te l’ho sottratto io».
Ah ah ah.
«Tornò nei campi felice».
E le sue cravatte chi le sceglieva?
«Lui! Ne aveva anche belle, bellissime: ma poi tirava fuori sempre quelle sgargianti e floreali. Orrore».
Enzo Bettiza diceva che vestiva “come Nosferatu”.
«Il girocollo nero: ma all’epoca non c’ero».
E i famosi doppiopetto?
«C’è una storia bellissima dietro!».
Raccontala.
«Alfonso De Virgiliis, un cugino di Marco, industriale e ricco che gli voleva molto bene e voleva fargli dei regali, ma lui rispondeva sempre: “Iscriviti, sottoscrivi per il partito…. A me non serve nulla!”».
Ah ah ah.
«Ma Alfonso aveva trovato il suo punto debole e il modo di farlo felice: aveva aperto un conto da Pio Marinucci, il miglior sarto di Chieti. Maestro di blazer e doppiopetto: Marco andava, Marinucci gli prendeva le misure, e poi io andavo alla corriera del Chieti-Roma a prendere i vestiti alla stazione».
Ma è fantastico.
«A proposito di sarti! La sai la storia di quando Marco arrivò a Roma dall’Abruzzo, 16enne?» .
No!
«Aveva un solo vestito. Dormiva da amici e poi alla Casa del passeggero, vicino Termini».
E come faceva?
«Lui si metteva sul retro della portineria, a scrivere o a leggere in mutande. E in quel tempo la signora Maria gli lavava e stirava l'unico vestito che aveva».
Non ci credo.
«I legami unici di Marco con il popolo romano: ha continuato a sentire questa donna finché ha campato. Anche solo per salutarla».
Ma dove dormiva?
«Dove capitava. A pranzo a casa della famiglia Roccella. O dagli Stanzani, a cui era collegata la sorella di Marco, Liliana».
Amicizie di una vita.
«I padri fondatori del partito erano tutti alto borghesi. Bella anche la storia della casa».
In che senso?
«Una mansarda quasi malsana, sgangherata, di Marcello Baraghini, l’editore di Stampa Alternativa e inventore dei mille lire. In via della Panetteria».
E cosa accadde?
«Iniziò ad andare ospite, si trovò bene: era spartana, vicina a tutto, ad un passo da Fontana di Trevi».
Come finì?
«Che buttò fuori Marcello, ed è rimasta la casa della sua vita».
Lui, pieno di proprietà non si comprò neanche un appartamento?
«Pensa. In via dell’Aeroporto a Teramo era rimasto il palazzetto dove era nato Marco: fu buttato giù e fu costruito un bellissimo condominio. Abbiamo venduto pure quello!».
Aveva amici fuori dalla politica?
«Direi di no. Persone collegate alla politica o al giornalismo, sì: penso a Lino Jannuzzi, a Clemente Mimun a a Giuliano Ferrara, ad Adriano Sofri, Carlo Romeo, che riuscì persino a farlo conoscere a Papa Wojtyla che quando lo incontrò in Comune gli disse: “Sa che quando ero un semplice Vescovo a Roma la guardavo sempre a Teleroma?”. Andavamo spesso da Sofri nel carcere di Pisa. Ore e ore da lui, anche una volta a settimana».
Un amico insospettabile?
«Gianni Letta, molto, molto amici: e non solo perché con lui risolveva tutti i problemi con il centrodestra. Era un rapporto molto intenso nel segno dell’abruzzesità».
E poi?
«Roberto Giachetti, Rita Bernardini, Maurizio Turco, Antonio Cerrone, suoi veri compagni di strada che lo capivano al volo ed erano sempre pronti ad aiutarlo sulle sue iniziative e poi non lo immagineresti mai: era legatissimo a Mino Martinazzoli, con cui c’è anche un fitto carteggio. E aveva rapporti strettissimi anche con Franco Battiato a Vasco Rossi».
E dove andava a cena?
«Da chi capitava, aveva due-tre ristoranti nel centro di Roma e a Teramo allo Sporting».
E i tibetani, i montagnard, gli Uiguri?
«Quello era il partito transnazionale. Anche il Dalai Lama voleva bene a Marco, si instaurò un bellissimo rapporto, durato decenni».
E poi?
«Franco Roccella».
Anche Mellini!
«Mauro, grandissimo avvocato e personaggio storico anticlericale».
Un altro litigio epocale.
«Eppure Marco lo candidò come membro del Csm».
Malgrado la rottura, durissima.
«Per far nominare Emma Bonino Commissario europeo andò a Palazzo Chigi da Berlusconi. Stettero insieme tutta la notte finché lo convinse a togliere il nome di Napolitano che era già sicuro. Scazzò con Ferrara che era Ministro per i Rapporti con il Parlamento che invece voleva Napolitano. Vinse Marco alle tre di notte».
Anni dopo il dramma della Bonino.
«Quello per me è un mistero. Nel 2014, due anni prima di morire, ruppero. Per Marco è lei che prende le distanze. Non gli rispondeva mai al telefono».
Pazzesco.
«Lui ne soffriva. Pensa che un giorno al microfono di Radio Radicale le fa un appello: “Emma, io ti vorrei parlare, ti prego, facciamo una riunione”».
Con Rutelli?
«Alti e bassi, normali. Ma avvertivo sempre stima e rispetto».
Però era padre-padrone.
«Mica vero, sai? Il partito faceva il congresso ogni anno, e tutti si candidavano liberamente. A volte contro di lui».
Maddai!
«L’aneddoto più bello di mille congressi. È il 1979: avevano arrestato Jean Fabre, nostro iscritto e segretario a Parigi per Obiezione di Coscienza.»
E che succede?
«Lui prende la parola e dice: “Trasferiamoci a Parigi! Finiamo il congresso lì. Ci sono già i pullman qui fuori”».
E come finisce?
«Perde la sua mozione ma nonostante questo metà Congresso lo segue, metà no, e viene eletto segretario Geppi Rippa».
Era il leader assoluto con o senza galloni.
«Ma certo. Influenza, carisma. Mai autoritario. Sai che fino ai primi anni Ottanta una componente importante erano i fricchettoni radicali».
Spieghiamolo.
«Capelloni, cannaroli: un gruppo di voleva interrompere la diretta del Tg2 facendo apparire in diretta dietro La Volpe un cannone lungo un metro».
Ci riuscirono?
«No, perché fu allestito – tra mille polemiche – un servizio d’ordine tra i Radicali più perbenisti per bloccarli».
E i nudi sul palco?
«Novembre 1995 al Teatro Flaiano di Roma. Sergio Stanzani, Rita Bernardini, magrissima per non so quale digiuno, Paolo Vigecano e tanti altri. Marco leggeva versi e frasi di Isaia. Doveva essere una provocazione, è diventato Living Theatre».
E il “fantasma della democrazia”?
«Altra idea di Marco! E quello lo feci materialmente io: andai a via di Torre Argentina a comprare un lenzuolo. Con Antonella Casu lo forammo e disegnammo occhi e cartelli».
Portato alla Rai in segreto.
«Certo. Nella mia borsa. Ci accolse Nuccio Fava, ex Ugi anche lui. Ma quando tirammo fuori il lenzuolo, un funzionario della Rai si arrabbiò: “È impazzito? Cosa sta facendo?”».
Era una tribuna di dieci minuti.
«Discutemmo. Marco era inamovibile: “La tribuna è autogestita: vi diffido”. Alla fine fu mandato in onda. Andò così bene che ne abbiamo fatti una ventina di fantasmi poi. Lo scandalo riuscì a far parlare della campagna referendaria in corso».
E le distribuzioni di hasish?
«Ne abbiamo fatte diverse per denunciare la follia del proibizionismo sulle droghe. A piazza Navona avevamo un panetto enorme rimediato da un cannarolo. Andarono a sporzionarlo in un magazzino clandestino».
Ecco perché ti chiamavano Mister Wolf. E poi?
«Arriviamo in piazza Navona, girarono il sacchetto a Marco, e lui iniziò a tirare i pacchetti di stagnola: c’erano migliaia e migliaia di ragazzi. Una delle più spericolate azioni di disobbedienza civile».
Nulla come la restituzione del finanziamento pubblico. Dal punto vista logistico un’impresa.
«La organizzammo a Treviso e Roma grazie a un eroe mito della storia del Partito Radicale: il napoletano Antonio Cerrone. Marco mi disse: “Chiama il dottor Rinaldi e organizza”. E così chiesi al Direttore del Banco di Napoli: “Per giovedì prossimo potete darci 300 milioni in pezzi da diecimila lire?”».
Si poteva?
«Avevano l’obbligo di informare la Banca d’Italia e noi di rendicontare, perché erano soldi del finanziamento pubblico».
E per gli spostamenti?
«Affittammo un’intera squadra della Securpol».
E quella mattina?
«Quando arrivai Rinaldi disse al personale: “Guaglió, jatevenne tutti, fate entrare Rovasio nel caveau”. Uscimmo da Piazza del Parlamento con i sacchi di stoffa, tipo Banda Bassotti. Li portammo a Torre Argentina, obliterammo i biglietti con la scritta: Questa banconota fa parte del bottino rubato ai cittadini con la legge del finanziamento pubblico ai partiti».
Fantastico.
«Antonella teneva la contabilità».
E in piazza?
«Per prendere i soldi si doveva dare il documento. Arrivammo con trenta militanti e il furgone della security, scortati. Distribuimmo 30mila lire a testa, non si poteva passare due volte».
E perché Pannella apparve vestito da Babbo Natale giallo, nel 1995?
«Se lo chiedevano tutti. In realtà la sartoria di Cinecittà, chissà perché, in quel momento aveva solo quello: ma a Marco piacque».
Mangiava?
«In modo osceno, ma era di ottimi gusti. A volte si dimenticava, e andava alla sera nella trattoria dei suoi amici al Tritone».
E con Scalfari?
«Gelo. Basti dire che definiva lui e il suo quotidiano P2 - P38 - P-Scalfari».
Mai visto?
«Dopo la fondazione del partito, con la rottura degli anni settanta, mai. L’unica eccezione? Quando Fini da presidente della Camera li convinse a commemorare insieme Mario Pannunzio».
Non me la ricordo.
«Scalfari era stato male, alla fine non venne».
Altri duelli?
«Con Angelo Bandinelli, al partito: litigavano urlando, Angelo se ne andava furibondo. Poi tornava come se nulla fosse accaduto. La vecchia guardia radicale: uomini straordinari, con dei caratteri terribili».
Fammi un esempio.
«Noi raccoglievamo le firme contro la caccia, e Franco Roccella andava a caccia nel week end. Se glielo dicevi si arrabbiava».
Quando si addormentava Marco?
«Quando voleva lui. Un dono. In macchina per Teramo. Alle tre del pomeriggio o alle tre del mattino, perché ascoltava tutti i processi trasmessi di notte a Radio radicale».
La cosa più strana?
«Cucinava per noi mentre era in sciopero della fame».
Il momento più drammatico?
«Alla fine dell’ottavo giorno di sciopero della sete. Quando Marco entrava in sciopero dovevamo costituire una unità di crisi. Medico, infermiere, ufficio stampa…».
Ma il limite umano massimo non è sette giorni?
«Lui arrivò all’ottavo per il referendum».
Crollò.
«C’era il dottor Claudio Santini con lui: chiamammo l’ambulanza. Era quasi incosciente. Lo portarono al San Giacomo. Gli fecero una flebo. Ma solo un minuto: rinvenne e se la tolse. Secondo me lo salvò Mentana».
Perché?
«Mi chiamò: “Se mando lì la troupe e gli faccio fare una diretta, Marco accetta?”».
Accettò.
«Andò in carrozzella. Bastava nulla che crollasse il cuore, che gli partisse un ictus. Vennero a trovarlo Ferrara, Mussi, Bertinotti. Il grande “nemico” Gasparri. Sempre dall'ospedale mi dice: “Chiama Pippo Baudo”».
E tu?
«Ero incredulo. Marco sta morendo e chiamo Pippo Baudo? Pensai davvero fosse uscito di testa».
Avevi il numero?
«No. Chiamai il centralino della Rai e non mi presero sul serio. Richiamai urlando: “Lei avrà Pannella sulla coscienza!”. Mi passarono un funzionario. Dopo un’ora arrivò in ospedale Pippo Baudo».
Ma cosa voleva Panella?
«Voleva andare da Mara Venier, a Domenica in, a parlare dei referendum di cui nessun media parlava in quelle settimane».
Incredibile.
«E ci riuscì. Nell’ora di massimo ascolto».
Il punto di non ritorno: quando arrivò a bere le urine.
«Scioperava perché il Parlamento non nominava i giudici della Corte Costituzionale».
Pensa tu.
«Lo definivano eversore, rischiava la vita per rispettare le regole. Bevve per prolungare il digiuno. I medici dovettero convincerlo che prima andavano filtrate o rischiava di avvelenarsi da solo».
Aneddoto folle?
«Una sera a mezzanotte gli si allaga casa».
Non è così strano.
«Senti, però: era bloccato con i piedi nell’acqua, che saliva. Gli dico: “Esci subito!”. E lui: “Sono in una riunione con il partito transnazionale, sull’altro telefono. Non posso abbandonarla”».
E come ha fatto?
«Sono andato, con il secchio, mentre lui parlava. Una scena surreale».
Il giorno più felice?
«Quando Vasco Rossi va a Latina a fare il sound check del suo tour. Vasco chiama e dice: “Venite tre giorni con noi?”».
Dove?
«In albergo, all’Oasi di Kufra di Sabaudia. Sul mare. Con Vasco. A discutere, a sentirlo suonare. Raramente l’ho visto così felice».
Ma un giorno di vacanza-vacanza lo ha mai fatto in vita sua?
«Che io sappia, mai. Ferragosto sempre in carcere. All’estero per i congressi. Solo una volta, a Giulianova, avevamo un pomeriggio libero e andammo in spiaggia».
Bello, no?
«Per me un infarto: ad un certo punto era scomparso mentre faceva il bagno».
E poi?
«Lo trovo, rimase al largo per circa un'ora, torna a riva e mi fa: “Stavo guardando la città, la costa, ho perso il senso del tempo e sono rimasto incantato”».
La vacanza più lunga di Marco.
«È durata un pomeriggio, a Giulianova. Gli ultimi mesi furono forse i più sofferenti e più magici, grazie ai due angeli custodi che lo accudirono fino alla fine: Matteo Angioli e Laura Harth. Riuscì in pochi giorni a rivedere tutti i suoi veri amici fino a quando il 19 maggio 2016 ci lasciò».
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