Martina, istituzioni immobili: nessun guardrail 594 giorni dopo la morte

Il fossato profondo 4,5 metri è ancora circondato solo da balaustre di plastica
SAN GIOVANNI TEATINO. Il sole accarezza il ritratto di Martina. Le sorride, crudele, illuminando tre mazzi di fiori di stoffa che non appassiscono mai: rose rosse, margherite gialle, ortensie lilla. Sono le nove esatte qui in via Aterno, a San Giovanni Teatino, in quel crocevia di asfalto e destini in località Dragonara. Sono le nove, la stessa identica ora in cui, 594 giorni fa, era una domenica, poliziotti e vigili del fuoco trovarono il corpo di Martina Vichayte. Ventisei anni, originaria di Kiev e residente a Chieti, una laurea in Scienze del turismo, un lavoro da receptionist negli hotel e una vita intera ancora da sbranare. Era laggiù, intrappolata nelle lamiere della sua Fiat 500 a pancia in su, in fondo a un buco nero di quattro metri e mezzo. Un fosso che si è fatto tomba.
Oggi, 594 giorni dopo questa morte, sapete cosa c’è a dividere la strada dal baratro? Il nulla. O meglio, una farsa. Otto grottesche balaustre di plastica con la scritta “Comune di San Giovanni Teatino”, comparse lì all’indomani della tragedia come se bastassero a lavare le coscienze. Sono la negazione stessa di ogni sicurezza: roba buona per transennare una fiera paesana, figuriamoci per trattenere il peso di un’automobile. Non fermerebbero nemmeno la caduta di una bicicletta a passo d’uomo. Sono il monumento di plastica all’inerzia di uno Stato che abdica e che si volta dall’altra parte, anche quando la morte gli ha già presentato il conto.
Eppure, la verità è scolpita nelle carte, limpida e feroce. Il giudice del tribunale di Chieti, Enrico Colagreco, lo ha messo nero su bianco senza paludati giri di parole: servivano «barriere di sicurezza idonee a trattenere i veicoli nella carreggiata». Un guardrail, per intenderci. Pochi metri di lamiera che avrebbero potuto salvare la vita di Martina. È sulla base di questo concetto che il magistrato ha ordinato l’imputazione coatta per omicidio stradale di due funzionarie: Assunta Maria Di Tullio, responsabile dei lavori pubblici del Comune, e Lorella Franciotti, dirigente del Consorzio di sviluppo industriale dell’area di Chieti. Sarà un altro giudice a decidere sul rinvio a giudizio.
Ma in tutti questi mesi, i due enti – padroni e gestori di questo lembo d’asfalto – non hanno mosso un bullone. Almeno a guardare queste otto balaustre. È innegabile che le amministrazioni pubbliche si trovino quotidianamente ad amministrare fondi risicati. Ma è altrettanto innegabile che posare un guardrail non sia un’opera faraonica, è l’abc della civiltà.
Raccontare questa inerzia a cielo aperto, venire qui in via Aterno, non è solo una scelta giornalistica. È un dovere civile per onorare Martina e per provare a scuotere il torpore di chi decide. Non si tratta di invocare miracoli, ma semplicemente di far rispettare la legge. L’articolo 14 del Codice della strada e il decreto ministeriale 223 del 1992, non a caso richiamati dal giudice Colagreco, non sono carta straccia: impongono a chi gestisce le strade l’obbligo di curare la manutenzione, l’efficienza e la sicurezza. In una parola: impongono di proteggere i cittadini. Invece, a quasi 600 giorni da quello schianto, a difendere i vivi dal precipizio restano solo otto transenne di plastica.
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