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31 ottobre

31 Ottobre 2026

Oggi, ma nel 1990, a Catania, nella frazione Bicocca, sicari mafiosi destinati a rimanere senza un'identità ufficiale, presumibilmente su mandato di Aldo Ercolano, nipote del boss di Cosa nostra “Nitto” Santapaola, assassinavano fuori dall’uscita dello stabilimento industriale Megara i dirigenti apicali dell’acciaieria controllata da Alfa acciai di Brescia, Alessandro Rovetta, di 33 anni, bresciano, amministratore delegato, e Francesco Vecchio, di 52, originario di Lentini benché residente a Siracusa, direttore del personale. I due manager venivano accoppati (nella foto, particolare, la foto dei cadaveri di corredo alla notizia riportata sul quotidiano torinese “La Stampa” del 2 novembre di quel ‘90) verosimilmente per essersi opposti all’infiltrazione del clan malavitoso capeggiato dal potente e feroce Santapaola nel piano di ristrutturazione aziendale da 60 milioni di lire da realizzarsi con fondi erogati dalla Regione Sicilia.

Nel dettaglio le due vittime, colpite a morte con pistole calibro 38 mentre erano nella loro Peugeot 505 bianca, s’erano rifiutate di pagare la tangente da un miliardo. Megara era in quel frangente la realtà più importante dell’isola in quel ramo del comparto siderurgico. Il fatto di sangue destava enorme clamore mediatico in tutto il Belpaese. I due malcapitati verranno considerati primi “martiri” della spirale del racket in quanto freddati cronologicamente ante il delitto che costerà la vita all’imprenditore tessile simbolo della lotta contro il pizzo Libero Grassi. Che verrà eliminato, il 29 agosto 1991, a Palermo da Salvatore “Salvino” Madonia, figlio del capo mandamento di Resuttana Francesco Madonia. Serviranno 35 anni per arrivare a ricostruire in modo meno fumoso le dinamiche finanziarie sottese al duplice omicidio di Rovetta e Vecchio.