Patrizio Santo, una canzone per Rancitelli: «Non cedete alla violenza, siate veri e appassionati»

Il cantautore pescarese dedica un brano ai ragazzi della zona: «Qui non si fanno travolgere dalle difficoltà e trovano il bello nelle piccole cose»
PESCARA. «Nonostante la delinquenza, i blitz e gli arresti, ci sono tanti bravi ragazzi che, ogni giorno, trovano un modo per sopravvivere». È in questa frase che si nasconde la mappa emotiva di Patrizio Santo, il cantautore pescarese nato e cresciuto dal 1994 tra le periferie di Rancitelli e San Donato. Dopo essere stato selezionato due volte per Sanremo Giovani, inizia la sua carriera artistica senza mai recidere il rapporto con le origini. Anzi, ogni volta che può racconta nei suoi testi lo stile di vita di chi vive nei quartieri periferici.
Santo, è nato e cresciuto tra Rancitelli e San Donato. Come ha visto cambiare questi quartieri nel tempo?
«Qualcosa è sicuramente cambiato, soprattutto grazie agli interventi di riqualificazione, ma credo che si potesse e si possa fare molto di più. Penso, ad esempio, alla demolizione del Ferro di Cavallo: va bene abbatterlo, ma poi bisogna anche chiedersi cosa viene dopo. A San Donato, però, va detto che la sicurezza è migliorata».
E secondo lei questo cambiamento a cosa è dovuto?
«Internet ha avuto un ruolo fondamentale: ha messo in comunicazione i ragazzi delle periferie con quelli del centro, ha creato più contatto e meno isolamento. Prima si viveva solo il proprio quartiere, anche per paura di essere etichettati come “quelli di Rancitelli” o “di San Donato”. Questo meccanismo, in parte, esiste ancora e non va bene perché alimenta ancora di più la frattura tra centro e periferia».
Questa etichetta l’ha subita anche lei?
«Quando frequentavo la Di Marzio venivo spesso preso in giro proprio perché vivevo a Rancitelli. C’era molto pregiudizio. Oggi la scuola è cambiata, per fortuna».
Ma c’è ancora molta omertà. Perché?
«C’è timore perché è una zona che, nel corso degli anni, ha visto davvero di tutto. E anche se oggi la situazione è più tranquilla, quella paura rimane».
Nel brano “La Notte Sirene” canta: “Questi ragazzi che nonostante il quartiere si amano tra le sirene”. Che messaggio voleva trasmettere?
«Volevo far capire che, nonostante la delinquenza, i blitz e gli arresti, ci sono tantissimi bravi ragazzi sia a San Donato che a Rancitelli che riescono a sopravvivere e a costruire relazioni vere. È l’amore e l’amicizia, che riescono a salvarli dal degrado. Vivere in un quartiere difficile non significa per forza vivere quella realtà».
Come sono le amicizie che nascono in questi contesti?
«Sono speciali, perché basate sulle piccole cose. Sono ragazzi che riescono a essere contenti della loro quotidianità, che non si fanno travolgere dalle difficoltà anche se molte famiglie non possono permettersi viaggi o beni materiali. Non sentono il bisogno di esibire scarpe costose: danno valore a se stessi, non a ciò che possiedono».
Nel videoclip c’è una scena che sembra sfociare nella violenza e poi si trasforma in un gioco con pistole ad acqua. Che significato ha?
«È la scena che preferisco. Crescendo in periferia hai due strade: o ti costruisci un personaggio violento, che non sei, per non sembrare stupido agli occhi degli altri, oppure scegli di essere te stesso. Puoi giocare, coltivare una passione o studiare. Quella scena dice proprio questo: in mezzo alla violenza ci sono ancora ragazzi che scelgono di giocare invece di delinquere».
E mi dica, è mai stato preso in giro per la musica?
«Sempre. In periferia, mostrare una passione viene spesso visto come una debolezza. Con il tempo, però, tutto torna».
Quando oggi passa per Rancitelli e vede scene di droga, cosa prova?
«Non rabbia, ma dispiacere. Queste situazioni ci sono sempre state, solo che prima si nascondevano. Una volta, in via Tavo, ho incontrato un ex compagno di scuola che oggi vive per strada e si droga: è stata una scena che mi ha colpito profondamente».
Come è riuscito a non cadere in quelle realtà?
«Devi stare attento alle frequentazioni, ma il problema è che molti ragazzi preferiscono la cattiva compagnia alla solitudine».
Se dovesse lanciare un messaggio, lo rivolgerebbe ai ragazzi o alla politica?
«Ai ragazzi, perché sono gli unici che possono davvero cambiare le cose. A loro direi di non vergognarsi, di avere il coraggio di giudicare più loro stessi e meno gli altri, e di lavorare duramente per cambiare la propria vita».
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