Arrestato per ricatto sessuale a parroco

Il prete, che guida una comunità vicina alla città, ha consegnato a uno studente 7.500 euro ma poi lo ha denunciato

L’AQUILA. Esasperato dalle continue richieste di soldi, sotto minaccia di rivelare messaggi whatsapp a sfondo sessuale per lui compromettenti, un parroco della Curia aquilana ha preso il coraggio a quattro mani e ha fatto arrestare il suo aguzzino.

In manette è finito uno studente universitario israeliano, Mehez Amara di 28 anni, nativo di Nazareth che vive negli alloggi della Residenza San Carlo Borromeo tra Coppito e Preturo, gestita proprio dalla Curia.

Il giovane è stato arrestato in flagrante cadendo in una trappola nella quale la squadra Mobile lo ha incastrato. Ieri il sospettato è comparso davanti al gip, Giuseppe Romano Gargarella e al pm Simonetta Ciccarelli. Sembrava disposto a dire la sua ma poi ha cambiato idea e il gip ha convalidato il fermo di polizia giudiziaria lasciandolo in carcere. «Chiariremo la nostra posizione tra qualche giorno», ha commentato il suo avvocato.

I due si conobbero nel marzo scorso ma verso la fine di giugno 2014 il giovane chiese di incontrare il sacerdote straniero. Un incontro che ci fu nei pressi del centro commerciale L’Aquilone.

Lo studente disse che alcuni suoi amici avrebbero letto quei messaggi tra loro intercorsi e li avrebbero divulgati se non avesse pagato. Secondo la polizia il sospettato si era inventato tutto ma il parroco decise di sottostare alla richiesta consegnando 7mila euro dilazionati in mille al mese. Nell’agosto scorso il religioso consegnò ad Amara i primi 2mila euro e poi, ogni fine, mese, gli avrebbe dato mille euro.

Poi, dopo la denuncia in polizia, è scattata la trappola. Nella tarda mattinata di giovedì l’indagato aveva preteso altri 10mila euro dilazionati nel tempo. I due si sono dati appuntamento e dopo la consegna di 1500 euro c’è stato il blitz della polizia. Il giovane è stato fermato e portato in carcere non prima di essere stato perquisito. Un blitz c’è stato anche nell’alloggio di proprietà della Curia dove vive.

I messaggi, che sono stati tutti inviati tramite whatsapp, non sono adesso più nella disponibilità del prete e nemmeno dello studente universitario.

Al di là delle sue affermazioni gli investigatori sono certi che l’indagato abbia agito da solo e senza complici sia in fase di ideazione che di realizzazione del suo piano. Tra le fandonie raccontate al prete anche il fatto che un giornalista, non meglio identificato, avrebbe chiesto dei soldi per non divulgare i messaggi a lui noti non si sa come.

In qualche modo ha anche provato a «giustificare» il suo comportamento. Infatti dice di avere inviato i soldi alla sua famiglia che si troverebbe in una condizione economica molto pesante. Anche se questo è in contrasto con il fatto che sia venuto a studiare in Italia, fatto che comporta inevitabilmente una certa disponibilità economica. L’accusa è comunque pesante visto che, se non verrà derubricata, il reato contestato attualmente è quello di estorsione continuata.

Nei prossimi giorni ci sarà un vero e proprio interrogatorio con due finalità. Provare a far derubricare il reato e ottenere una misura cautelare meno afflittiva.

Anche se poi gli ipotetici domiciliari dovrebbero essere trascorsi proprio nella residenza universitaria gestita, per l’appunto, dai preti della Curia aquilana.

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