Collebrincioni dichiara “guerra” ai carri armati

25 Maggio 2019

Comitato locale si batte per la chiusura del poligono militare di Monte Stabiata Avviata una raccolta di firme. Legambiente pronta a inviare un dossier all’Ue

L’AQUILA. Collebrincioni è una piccola frazione. Si trova a 8 chilometri dal capoluogo, con la macchina la si raggiunge in 10 minuti dopo un po’ di curve di cui quasi non ci si accorge. Anche qui ricostruzione a rilento e la chiesa che attende da 10 anni di essere riaperta. Il solito copione. Nulla di nuovo sotto il sole. Ma Collebrincioni ha un tesoro di cui si parla poco anche se escursionisti e appassionati della montagna lo conoscono molto bene. Si tratta di monte Stabiata, area verde con pascoli e boschi attraversata da antichi sentieri che da Arischia portano all’Aquila e poi all’acqua di San Franco ad Assergi, al Vasto, a San Pietro della Jenca. Questo paesaggio mozzafiato punteggiato qua e là da bovini che brucano l’erba e da rare pozze d’acqua che in un punto hanno formato un laghetto si trova dentro il Parco Gran Sasso-Laga e per gran parte è uso civico degli abitanti di Collebrincioni. Monte Stabiata però, sin dal 1957, è più noto per aver dato il nome a un poligono militare per le esercitazioni. Quasi tutte le alture sono utilizzate dall’Esercito. Solchi profondi tracciati dai carri armati sono visibili ovunque. Salendo con un Suv ben attrezzato si incrociano i mezzi militari «e oggi siamo fortunati», dice Domenica D’Angelo, «non c’è grande movimento». È lei la “pasionaria” di Collebrincioni che da anni si batte per la chiusura del poligono. Ma Dana (come la chiamano gli amici) non è sola. Tempo fa sono state raccolte quasi 150 firme tra gli abitanti della frazione (circa 300). Non c’è ancora un vero e proprio comitato (che si costituirà a breve) ma si è già formato un nutrito gruppo di persone che non si rassegna a vedere carri armati che passano davanti alle case dalle 8 alle 20. «La tragica esperienza del terremoto», dice D’Angelo, «ci ha resi più sensibili ai rumori. A volte, quando i carri armati salgono verso il paese, è come risentire il boato di quella notte e c’è gente che ha ormai i nervi a pezzi». Ma il rumore non è il problema principale. «Noi non ci spieghiamo come un’area dentro un parco nazionale, di uso civico e che quindi dovrebbe avere il massimo di tutela può essere sottoposta a questa violenza», continua Dana indicando le tracce dei mezzi militari che in alcuni punti hanno creato dei canali profondi decine di centimetri. «Questa è una montagna violentata che grida vendetta». Un urlo di dolore che nei mesi passati si è scontrato contro un muro. «Abbiamo parlato con il Parco», sottolinea D’Angelo, «ma ci è stato detto che non possono fare nulla perché sarebbe una questione di sicurezza nazionale. Dall’amministrazione separata non riusciamo ad avere nemmeno la documentazione per sapere come vengono concesse le autorizzazioni e se ci sono – e a quanto ammontano – eventuali indennizzi”. A luglio 2018 ci fu una conferenza stampa al Comune in cui per la prima volta si parlò pubblicamente del “problema poligono”. «Noi non siamo contro i militari», afferma ancora D’Angelo. «Noi siamo contro questo uso scellerato del territorio. Che vengano trovati luoghi alternativi e meno impattanti per fare le esercitazioni. Però con Monte Stabiata basta. Noi di Collebrincioni su questa storia abbiamo dormito per anni – ammette con una buona dose di autocritica – ma adesso nessuno ci potrà far tornare nel letargo, sappiamo che la battaglia non sarà né breve né facile ma non ci scoraggiamo». Il Suv che ci porta attraverso questo splendido angolo d’Abruzzo è guidato da un giovane allevatore, uno dei pochi che ha deciso di restare. Con lui c’è la madre, 73enne ma ancora agilissima, un’altra signora di Collebrincioni e Daniele Colantonio (segreteria Legambiente Abruzzo) che non crede ai suoi occhi. «È la prima volta che vengo», dice, «ma qui accadono cose fuori dal mondo, soprattutto perché siamo dentro il Parco». È noto che negli ultimi anni il Parco ha aderito al progetto Life Praterie finanziato dall’Ue che mira, è scritto sul sito dell’Ente “alla conservazione a lungo termine delle praterie e dei pascoli. Presupposto del progetto è che la conservazione delle varie tipologie di habitat sia imprescindibile da una gestione quanto più attenta e sostenibile delle attività produttive a esse collegate, quali l’allevamento estensivo e il turismo. Il progetto si prefigge di intervenire a diversi livelli per eliminare o mitigare le criticità esistenti tramite l’armonizzazione dei sistemi di pascolo e l’avvio di più oculate modalità di gestione dei servizi turistici, disseminando buone pratiche di conservazione e una rinnovata cultura di utilizzo sostenibile”. Tra l’altro agli allevatori che hanno animali in area Parco sono state date precise indicazioni su come far muovere le mandrie e le greggi per non rovinare il manto erboso e su come gestire gli stazzi. «Evidentemente qui è una zona franca, e bisogna capire bene anche questa storia di una presunta sicurezza nazionale in nome della quale evidentemente si può danneggiare, senza limiti, il territorio», dice Colantonio. «Chiederò alla segreteria di Legambiente Abruzzo di aprire un dossier che poi potrebbe essere inviato anche alle autorità europee». E c’è un’ultima, ma non certo secondaria questione. Più di un anno fa, “a causa del superamento delle concentrazioni soglia di contaminazione relativamente a metalli pesanti e idrocarburi”, com’è scritto in un documento ufficiale, fu convocata la conferenza dei servizi e si decise, d’intesa tra militari e Arta di fare nuove analisi del terreno nei pressi del poligono. I buchi fatti per i carotaggi sono ancora visibili, ma dei risultati per ora non c’è traccia. «Altro mistero», conclude D’Angelo. «Mi chiedo: a che gioco stiamo giocando?».