D’Antonio: ecco perché i terremoti nei secoli influirono sugli aquilani

3 Gennaio 2023

Lo sviluppo del capoluogo e il carattere dei suoi abitanti: così l’architetto e storico ha ipotizzato una correlazione

L’AQUILA. «Come è noto nella storia della città, fortemente condizionata dai terremoti che l’hanno colpita, si può notare come la loro sequenza non solo abbia determinato la successione di ricostruzioni, ma abbia influito sul modo di costruire e anche nel rapporto del cittadino con la città e quindi, in fondo, sul carattere degli aquilani e sulla percezione che si ha di loro».
A ipotizzare una correlazione tra terremoti, ricostruzioni, urbanistica del capoluogo e la personalità, da alcuni definita “chiusa”, degli aquilani è lo storico e architetto Maurizio D’Antonio, nel suo libro “L’Aquila. Nuovi aspetti di storia costruttiva e l’evoluzione del quadro normativo nella ricostruzione pubblica”, scritto a quattro mani con Simonetta Retica.
IL LIBRO
Il lavoro, a 13 anni dal terremoto, nella prima parte (a firma di D’Antonio) intende rileggere fasi e periodi della storia della città, alla luce dell’acquisizione di informazioni, dettagli architettonici e artistici, evidenziatisi nel processo ricostruttivo del centro storico. Nella seconda parte, invece, curata da Retica, vengono analizzate la produzione normativa della ricostruzione pubblica, definita «ipertrofica e pur tuttavia incompleta», e una tecnica legislativa «spesso inadeguata».
AQUILANI INTROVERSI
«Dall’analisi dei dati e delle informazioni emerse durante il processo di ricostruzione post sisma emerge una storia affascinante dello sviluppo della città nel corso dei secoli che induce a riflettere sulla correlazione possibile tra questa e il particolare carattere degli aquilani», spiega lo storico.
«Il ripetersi di terremoti devastanti ha determinato, nel conseguente processo di ricostruzione, l’apporto di variazioni e innovazioni costruttive». Dalla città trecentesca, a vocazione commerciale, inserita nella via degli Abruzzi che collegava Firenze con Napoli, ricca di botteghe e luoghi di scambio, dove l’edificato di «piccole cellule abitative» aveva un rapporto diretto con la strada spesso mediato da porticati, si passa, dal Rinascimento in poi e soprattutto nel Settecento, a una città in cui il rapporto del palazzo con la strada è limitato a pochi portali e finestre rialzate e dove il palazzo è racchiuso in se stesso attorno al cortile interno. «Si passa cioè da una città estroversa, dove gli abitanti sono proiettati con la loro vita e le loro attività sulla strada, a una città introversa, dove le famiglie vivono al piano nobile dei palazzi e il piano terra è adibito a fondaco, una città rarefatta con poco traffico e attività», spiega Maurizio D’Antonio. «La situazione volge al cambiamento a partire dal secondo Ottocento quando si avvia un processo di ripristino del rapporto trecentesco con la strada, ma con esiti più modesti, mediante la ricostituzione del tessuto mercantile con l’apertura negli edifici di vani per l’affaccio di esercizi commerciali. Ma il processo sarà circoscritto a una limitata porzione della città».
LE SOVRAPPOSIZIONI
I terremoti, secondo lo storico, hanno conferito alla città altre due caratteristiche fondamentali: la presenza di stratificazione architettonica e lo sviluppo di tecniche antisismiche. «Le sequenze ricostruttive, numerose e consistenti dell’edificato urbico, avvenute dopo ogni sisma, non hanno cancellato ciò che precedeva, ma si sono sovrapposte ad esso senza distruggere totalmente le tracce degli assetti architettonici o artistici precedenti», spiega D’Antonio. «Oggi un’attenta lettura comparata di tali assetti permette di vedere, con luce nuova e nuovi significati, fasi e periodi della storia civica».
ANTICHI PRESIDI ANTISISMICI
La lettura delle architetture sopravvissute alla lunga serie di terremoti che hanno caratterizzato la storia della città, inoltre, restituisce frammenti di insospettabili livelli culturali e di tecniche costruttive, le stesse che hanno permesso agli antichi edifici del centro di non essere rasi al suolo il 6 aprile 2009.
«L’Aquila, con le aree dell’Abruzzo interno, nel passato aveva un insospettata cultura antisismica di cui, nei decenni appena trascorsi, abbiamo perso memoria e che abbiamo riscoperto solo dopo l’ennesimo terremoto», conclude D’Antonio. «L’insegnamento che da tutto questo si può trarre è che dovremmo guardare con maggiore attenzione e rispetto alle costruzioni del passato e che ignorare la storia significa perdere un patrimonio di conoscenze ed esperienze».
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