Daniele Kihlgren, il rivoluzionario del turismo: salvò un paese ma senza toccarlo

Il ritratto del personaggio. Milanese e svedese, arrivò in moto sotto al Gran Sasso. Amava l’Abruzzo: non lo spaventò nemmeno il terremoto
SANTO STEFANO DI SESSANIO. Daniele Kihlgren è morto ieri a Roma per l’aggravarsi di una malattia che lo accompagnava da ragazzo. Venerdì pomeriggio, dalle tre, la bara sarà nella chiesa parrocchiale di Santo Stefano di Sessanio: il paese che aveva comprato quando nessuno lo voleva e che ora, per salutarlo, richiamerà gente da ogni parte del mondo, come era successo durante la sua vita.
Era milanese di origine svedese, terzogenito di una famiglia che aveva fatto fortuna con il cemento. La vita gli aveva apparecchiato la carriera più ovvia: costruire. Scelse il contrario. Alla fine degli anni Novanta, arrivato in moto alle porte di Campo Imperatore, trovò un borgo fortificato, un tempo dei Medici di Firenze, ridotto a un centinaio di abitanti dai tremila di una volta. Invece di immaginarci sopra qualcosa di nuovo, comprò un quarto delle case per non toccarle. Niente intonaci, niente infissi da catalogo, niente piscina a sfioro. Le stesse pietre, gli stessi camini, i letti con le coperte tessute a mano, i segni del tempo lasciati in vista con un rigore che molti, all’inizio, scambiarono per follia.
Il paese era quello che l’Appennino è diventato per quasi tutto il Novecento: un deposito di case vuote. Le famiglie erano scese a valle o salite su un piroscafo, i tetti cedevano uno per inverno, il leone dei Medici sulla porta guardava una piazza deserta. Non c’era piano regolatore che prevedesse un ritorno, tanto meno quello di uno straniero con un cognome impronunciabile e l’idea di dormire nelle stalle. Kihlgren ci mise il denaro della famiglia e qualcosa che il denaro non compra, il tempo: anni di cantieri lentissimi, di artigiani costretti a reimparare la calce, di sopralluoghi con gli storici per capire di che colore fosse stata una parete due secoli prima. Quando nel 2009 il terremoto dell’Aquila fece crollare la torre medicea, simbolo del borgo, lui restò. La torre è tornata in piedi nel 2021. Il paese, grazie a lui, non era mai caduto. Chiamò l’albergo Sextantio, dal nome latino del luogo, e lo pensò come una tesi: l’ospitalità non ha bisogno di aggiungere, ha bisogno di custodire. L’idea aveva già un nome, albergo diffuso, coniato in Carnia tra le case del terremoto del ’76 da Giancarlo Dall’Ara, e già una legge, quella della Sardegna del 1998. Ma una teoria resta tale, finché qualcuno non paga di tasca propria. Kihlgren fu quel qualcuno: la sua ostinazione fece di un paese dell’Aquilano il caso di scuola citato da Londra a Tokyo; l’Abruzzo divenne, nel 2 mondo, la terra dove si era dimostrato che un borgo morente può tornare a vivere senza un solo metro cubo di cemento nuovo. Nei vent’anni successivi l’Italia ha imparato a difendersi dai propri turisti: biglietti d’ingresso a Venezia, tornelli davanti alle fontane, centri storici svuotati dai residenti e riempiti di chiavi digitali. Kihlgren faceva l’inverso, ma quando non era ancora una moda. Metteva gli ospiti di mezzo mondo a dormire a pochi passi dalle famiglie rimaste, portava stipendi in un paese che da decenni non ne vedeva, teneva aperto dieci mesi l’anno sotto il Gran Sasso. Non chiamava ecologia la rinuncia a edificare, né rigenerazione il salvataggio di un paese: lo chiamava rispetto, e lo praticava senza sconti.
Era un uomo del suo tempo, ma lo attraversava contromano. Per un secolo intero essere moderni ha voluto dire andarsene: dalla montagna alla città, dal paese alla periferia della metropoli, dalla casa dei nonni al condominio. L’Italia abbandonata delle zone interne è stata il prezzo pagato per il miracolo economico: la terra che si lascia per farsi strada. Kihlgren ripercorse quella strada a ritroso, con la naturalezza di chi non deve dimostrare niente: milanese, ricco, cosmopolita, scelse di consumare la vita in quell’altrove da cui tutti fuggivano; lo fece senza nostalgia, senza il folclore della zappa e del grembiule, con la lucidità di un imprenditore che aveva fiutato la domanda con vent’anni di anticipo. Non la periferia come rifugio, ma la periferia come avanguardia. Filosofo di formazione e costruttore per sangue, viveva in viaggio. Lo stesso metodo lo portò nelle grotte dei Sassi di Matera, dieci anni prima che la città diventasse capitale europea della cultura, quando dormire in una grotta sembrava una penitenza e non ancora un lusso. E poi lontano da tutto, su un’isola del lago Kivu, in Ruanda, al confine con il Congo: un villaggio di accoglienza i cui ricavi hanno pagato per più di dieci anni l’assicurazione sanitaria per i congolesi che non potevano permettersi le cure. Chi aveva rifiutato di costruire in Abruzzo edificava laggiù l’unica cosa che riteneva necessaria, e lo faceva con lo stesso silenzio con cui aveva comprato le case di Santo Stefano.
Soffriva dall’adolescenza una malattia che lui non ha mai usato come alibi e che ieri ha avuto l’ultima parola. Forse è proprio da lì, da quella consapevolezza, che veniva la sua fretta, il rifiuto di sprecare un solo giorno in cose che non valessero la pena: le partenze continue, la moto, i progetti aperti su tre continenti, l’insofferenza per la burocrazia che gli chiedeva un parere e una perizia per ogni trave. Era inquieto e ostinato, generoso con i luoghi e severo con le idee; ha avuto la vita breve di chi non si risparmia e la fortuna rara di vedere la propria suggestione diventare un modello, studiato e copiato dal Giappone alla Croazia, mentre in patria restava, come tutte le cose giuste, più ammirata che imitata. Il presidente della Regione, Marco Marsilio, lo ha ricordato come l’uomo che riconobbe prima di molti altri il valore dei borghi abruzzesi. Prima di molti altri, ma, soprattutto, contro molti altri: ciò che oggi sembra quasi banale, che la ricchezza di un luogo non si costruisce ma si trova scavando nella sua tradizione, trent’anni fa pareva la bizzarria di un meneghino con troppi soldi in tasca e un casco sulla testa.
Venerdì, Santo Stefano di Sessanio lo accoglierà per l’ultima volta, tra le case che ha salvato. È l’eredità che voleva: un paese rimasto com’era, e proprio per questo, pieno di gente. La teoria aveva già scritto la regola, l’albergo non si costruisce, si riscopre. Daniele Kihlgren ci ha messo quel che nessuna regola prevederebbe: una vita intera per non costruirlo.

