I cuccioli orfani dell’orsa Amarena sono diventati grandi: non vivono più vicini e sono indipendenti

A tre anni dal drammatico episodio di San Benedetto dei Marsi, quando la madre fu ammazzata a fucilate, i monitoraggi confermano che i giovani esemplari sono cresciuti, completando un percorso di emancipazione naturale
PESCASSEROLI. I due cuccioli orfani dell’orsa Amarena non vivono più vicini e hanno raggiunto la piena indipendenza. A tre anni dal drammatico episodio di San Benedetto dei Marsi, i monitoraggi confermano che i giovani esemplari sono cresciuti, completando un percorso di emancipazione naturale che li ha portati ad andare ognuno sulle proprie zampe. Un traguardo, questo, che premia il lavoro di biologi e guardiaparco. Evitare la cattività e consentire loro di crescere in libertà ha dimostrato la capacità di riequilibrio della natura.
L’incolumità dei due orsi, inizialmente esposti a molteplici rischi per via della giovane età, unita all’assenza protettiva della madre, è stata tutelata grazie a un’attenta strategia di monitoraggio non invasivo che ha combinato l’uso di fototrappole e l’analisi dei campioni biologici rilasciati sul territorio. La loro dispersione geografica rappresenta un segnale incoraggiante per la tutela dei corridoi ecologici dell’Appennino centrale. Lo spostamento autonomo dei giovani esemplari verso aree distinte favorisce infatti lo scambio genetico e l’occupazione di nuovi territori idonei, elementi fondamentali per la sopravvivenza a lungo termine di questa popolazione a rischio.
La vicenda si inserisce in una riflessione più ampia sull’orso bruno marsicano. Gli esperti del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise invitano a superare le narrazioni generiche: «Quando parliamo di orso bruno marsicano, spesso semplifichiamo. Li immaginiamo tutti uguali, senza un carattere o comportamenti individuali. Da qui derivano molte semplificazioni, come la convinzione che scendano in paese solo perché hanno fame».
I dati di monitoraggio evidenziano profonde differenze tra i singoli esemplari, sfatando il mito di una specie omogenea nelle abitudini. «Ci sono orsi rilevati molte volte e altri schivi, che lasciano pochissime tracce», spiegano dal Parco. «Se alcuni si avvicinano ai centri abitati o alle fonti di cibo umano, non significa che tutti si comportino così. Significa che alcuni sviluppano comportamenti più confidenti, mentre altri restano elusivi». Comprendere queste dinamiche è fondamentale per la convivenza tra la fauna selvatica e le comunità locali, riducendo gli allarmismi e promuovendo misure di prevenzione mirate. In questa prospettiva va interpretato il percorso dei cuccioli rimasti senza madre.
«Anche la storia dei piccoli di Amarena va letta dentro questa complessità», concludono gli esperti. «La genetica conferma che stanno bene e che le loro strade si sono divise. La conservazione dell’orso comincia da qui: dal rinunciare alle semplificazioni così da guardare ogni animale per quello che è, con la sua storia e la sua individualità».
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