La fine di storici negozi in centro Quando una città attrae meno

Montaldi (Confcommercio): «Le nuove attività durano solo due anni, la ristorazione non è la svolta Ma le colpe sono anche le nostre perché non c’è voglia di crescere, serve più formazione»
AVEZZANO. Un tempo s’ammiravano vetrine colorate. Oggi manichini e luci sono stati sostituiti dai cartelli “affittasi” o “vendesi” e tanti ingressi dei negozi di un tempo somigliano a bacheche d’annunci. Il centro della città si svuota. E altrove attività commerciali aprono e chiudono a ritmi frenetici. La fotografia scattata dal presidente di Confcommercio Avezzano, Giuliano Montaldi, è disarmante.
Montaldi, numeri alla mano, dimostra che nel 2019 il numero dei negozi che ha aperto viaggia di pari passo con quello delle chiusure, testimoniando la forte crisi del sistema commerciale locale.
Un problema comune a tante realtà, che ad Avezzano è accentuato da una forte concentrazione dei locali in vendita o in affitto. Passeggiando lungo via Corradini, ma anche su corso della Libertà e in via Garibaldi le serrande abbassate aumentano di anno in anno e a farne le spese è il tessuto economico e sociale. «La turnazione è terribile e lesiva per una realtà come la nostra che punta molto sul commercio», precisa Montaldi, «le chiusure del 2019 riguardano per lo più storiche attività che avevano la loro sede in centro, mentre le aperture purtroppo sono riferite a esercizi a tempo, pronti per vivere non più di 24 mesi. Oggi troppe persone pensano che buttarsi nel mondo del commercio o della ristorazione sia una svolta, ma in realtà se non si è formati e se non si ha un obiettivo preciso da perseguire si rischia di fallire nel giro di qualche anno e di creare un danno a se stessi e alla collettività».
I dati 2019 sono simili a quelli del 2018 e dimostrano come Avezzano stia perdendo il suo fascino dal punto di vista commerciale.
«Leggendo il trend riferito alle attività, a primo impatto può sembrare positivo, ma in realtà non è così», continua il presidente Confcommercio, «purtroppo chi chiude non si sposta, chiude e basta. Alcuni non si possono permettere neanche di chiudere perché altrimenti dovrebbero pagare molte tasse sulla merce che hanno nel magazzino e vanno avanti con fatica. La colpa, però, va detto, è anche degli stessi commercianti che non hanno voglia di crescere e tutelare le loro attività. Se in città chiude un negozio il problema è dell’imprenditore, ma se ne chiudono cinque il problema è di Confcommercio e delle associazione di categoria, se poi ne chiudono 20 il problema è collettivo».
Montaldi, quindi, punta il dito anche contro gli stessi imprenditori e chiede di fare qualcosa in più per aggiornarsi e stare al passo coi tempi. «Non si tratta di aiutare il singolo imprenditore a non chiudere», conclude Montaldi, che gestisce un’attività orafa in via Corradini, «ma di scongiurare il rischio che muoia la città nel suo complesso. Se si guarda all’esperienza e al successo di colossi del digitale, quali per esempio Apple e altre imprese della Sylicon Valley, ci si rende conto che invece questi, riconoscendo il valore del luogo fisico come punto di contatto con il cliente, hanno scelto di avvalersi di negozi per la vendita e la promozione dei loro prodotti. Si tratta di una sorta di coesistenza positiva, tra on-line e off-line, come nel caso della catena di supermercati Hema, realizzata dalla stessa catena orientale di Alibaba, negozi appositamente tradizionali, in cui si vive il contatto col luogo e con la merce, dove però l’acquisto è possibile solo con l’uso dello smartphone. Questo ci dimostra che un futuro c’è ma bisogna saperlo costruire. Se pertanto anche la nostra prospettiva è la medesima, è necessario formare i nostri imprenditori. Si devono rendere conto che il cambiamento in atto comporta la capacità di sapersi rapportare con due differenti bacini di utenza: da una parte il negozio fisico da arricchire con un ambiente adeguato e con proposte di esperienza in store e dall’altra con il bacino dell’on line. Il tutto con una collaborazione forte con le amministrazioni pubbliche comunali».
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