Risarciti con 1,5 milioni di euro per il sangue infetto all'ospedale di Pescina

Ministero condannato a pagare i danni agli eredi di una 77enne, la donna morta per essere stata contagiata dall’epatite

PESCINA. Una trasfusione di sangue infetto, il contagio, l’epatite C, la malattia e la morte. È quanto accertato da una perizia del tribunale. Il giudice Maria Carmela Magarò ha condannato il ministero della Salute a risarcire i familiari di C.E., di San Benedetto dei Marsi, morta all’età di 77 anni.

La vicenda di malasanità ha avuto inizio nel 1984. La paziente era stata ricoverata all’ospedale “Rinaldi” di Pescina e qui era stata sottoposta a intervento chirurgico e a trasfusioni di sangue. Sacche infettate con il virus dell’epatite C. In seguito al contagio, si sviluppava nel corso degli anni una grave forma di epatite Hcv in evoluzione cirrogena che la conduceva alla morte nel 2003.

Al fine di individuare le cause del contagio e accertare la patologia da cui la paziente era affetta si è fatto ricorso a una consulenza tecnica medico-legale, svolta dalla dottoressa Antonella Ciantò, nominata dal tribunale civile dell’Aquila. Il medico ha accertato il nesso di causa tra le emotrasfusioni e l’infezione di Hcv contratta nel 1984 e tra la patologia epatica e il decesso della paziente. Sempre il Ctu ha accertato come nel corso dell’intervento terapeutico effettuato a Pescina nel 1984 non furono adottate tutte le precauzioni descritte da leggi, regolamenti e discipline amministrative vigenti all’epoca, ovvero dettate dall’ordinaria diligenza in conformità delle metodiche medico-chirurgiche stabilite dalla prassi o dalla scienza medica alla luce delle conoscenze scientifiche del periodo, quali l’individuazione degli anticorpi (anti-HbcAg) e la determinazione delle transaminasi.

In questi anni la famiglia di San Benedetto dei Marsi è stata assistita dall’avvocato Berardino Terra.

«Sulla responsabilità del ministero della Salute», spiega l’avvocato Terra, «il tribunale ha ben potuto motivare come in base a una serie di atti normativi il Ministero è tenuto a esercitare un’attività di controllo e di vigilanza in ordine alla produzione, alla commercializzazione e alla distribuzione del sangue e dei suoi derivati. In particolare, una legge del 1967 conferiva all’allora ministero della Sanità funzioni di direzione tecnica, di vigilanza sulla organizzazione, sul funzionamento e sul coordinamento. Questo complesso normativo è volto ad assicurare alle persone sottoposte al trattamento sanitario di somministrazione del materiale trasfusionale la massima garanzia possibile».

In seguito al ripetersi degli scandali sul sangue infetto, negli ultimi anni le norme sono cambiate e i controlli sono capillari.

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