«Afsal grande lavoratore si sacrificava per i 5 figli»

6 Gennaio 2024

PESCARA. Afsal Hossain Khokan, il 44enne di origine bengalese ucciso in via Gran Sasso, avrebbe dovuto fare il turno serale, come di consueto, giovedì e invece, intorno alle 10.30 dello stesso giorno,...

PESCARA. Afsal Hossain Khokan, il 44enne di origine bengalese ucciso in via Gran Sasso, avrebbe dovuto fare il turno serale, come di consueto, giovedì e invece, intorno alle 10.30 dello stesso giorno, la sua vita è stata spezzata. Lavorava in una paninoteca di viale Regina Elena, nei pressi di piazza Salotto, dove di locali in cui mangiare doner kebab, ossia la carne che gira tipica del Medio Oriente, ce ne sono due. In uno di questi, la vittima lavorava da tempo, ma solo da tre mesi per i nuovi proprietari, subentrati da poco. A riferirlo è Saiful Alam, anche lui bengalese, che ha rilevato il locale assieme alla sua famiglia, a Pescara con lui. «Non conoscevo bene Afsal perché lavoro qui solo da tre mesi», dice. «Prima c’era un altro proprietario, che ha deciso di tornare in Bangladesh. La vittima, invece, era già qui. Posso comunque affermare che era un gran lavoratore. Abbiamo passato poco tempo insieme, ma non abbiamo mai avuto problemi. Lui era un tipo tranquillo e di poche parole, come noi d’altronde. Aveva la famiglia a casa: la moglie e cinque figli, quattro maschi e una femmina, se non sbaglio. I soldi che guadagnava erano per loro».
Saiful parla italiano abbastanza bene, è qui da tanti anni. Non ricorda esattamente da quando. La moglie e i figli, invece, fanno più fatica a esprimersi, ma provano a dire qualcosa su Afsal in inglese. La donna sembra essere molto dispiaciuta per quanto accaduto al 44enne, così come il figlio maggiore, che ripete: «Three months, not years», per ricordare, probabilmente, il poco tempo in cui ha avuto modo di essere a contatto con la vittima. «Prima vivevo a Roma», spiega Saiful, «e poi sono arrivato a Pescara. Qui si vive molto bene. Le persone sono generalmente tranquille. Mi dispiace per quello che è successo, non so proprio cosa dire», aggiunge. «Io giovedì, fino alle 13, ero all’oscuro di tutto. Poi mi hanno detto della morte».
La persona più vicina ad Afsal qui a Pescara era il nipote, in città da poco tempo. Giovedì mattina è arrivato in via Gran Sasso, subito dopo l’accoltellamento.
Intanto, però, un gruppo di bengalesi sta per avviare una raccolta fondi per riportare la salma a casa, in Bangladesh. Ad annunciarlo è Nasir Uddin, bengalese che vive a Londra, ma molto legato a Pescara, dove è stato per circa trent’anni. Non conosceva direttamente la vittima, ma ha saputo quasi subito cosa è accaduto da alcuni amici e dall'Inghilterra cerca di rendersi utile: «Nei prossimi giorni potremmo essere più chiari», dice, «ma è nostra intenzione aiutare la famiglia di Afsal. Anche sua madre è lì. Per lei deve essere veramente difficile poter accettare tutto questo».