E dall’abbigliamento un grido di allarme: «Siamo sul lastrico»

7 Maggio 2020

Merce invenduta, affitti e bollette da pagare. E un incubo: «Dovremo igienizzare gli abiti dopo ogni prova del cliente?»

PESCARA. «Dovremo igienizzare gli abiti ogni volta che vengono provati dai nostri clienti? Quanto costerà questa operazione, senza contare che i vestiti si rovineranno a furia di spruzzare disinfettanti? Sicuro che ci sarà la fila fuori dai negozi, se la gente non ha più un euro perché gli aiuti statali non arrivano? E come saranno contingentati gli ingressi? Quante volte al mese dovremmo bonificare i locali, considerando i costi che si aggirano intorno al migliaio di euro?».
Domande e solo domande «nessuna risposta né chiarimenti dal governo, dagli enti locali e dalle associazioni di categoria», è la rabbia dei commercianti di abbigliamento, che monta. «Siamo sul lastrico», esplodono, anche se si dicono «pronti a ripartire».
VENDITE ON LINE La «disperazione delle bollette che corrono e dei soldi per pagarle che non rientrano, è tanta» per cui nel frattempo si sono organizzati con la vendita della merce sulla piattaforma on line "Pescaraviveinrete», dove «ognuno può aprire uno spazio di vendita e pubblicizzare il proprio prodotto, di generi vari, non solo abbigliamento. Sono già 40 gli esercenti iscritti, non risolviamo, ma è un primo passo».
Lo rivela Marco Canale, titolare di Maya boutique, che parla «a nome di un centinaio di negozianti del centro» e descrive «l'incubo che stiamo vivendo dal 10 marzo, quando abbiamo chiuso le attività».
IN QUANTI NEL NEGOZIO? «Siamo in preda all'incertezza», attacca l'esercente di via Nicola Fabrizi, «a partire dal governo fino agli enti locali, nessuno sa dirci con quali modalità possiamo riaprire il 18 maggio, quanti clienti alla volta possiamo fare entrare in negozio. Si sente dire di una persona alla volta in uno spazio di 40 metri quadri, ma poi scopriamo che nei bus di 40 metri ci possono entrare 16 persone. Non c'è una logica in questi provvedimenti. Secondo le voci che circolano, perché non c'è certezza neppure in questo caso, ogni capo di abbigliamento da far provare al cliente dovremmo poi sanificarlo. Se due persone vogliono provare lo stesso capo, una deve aspettare che il disinfettante si sia asciugato? Ma possiamo vincere la guerra con questi assurdi provvedimenti? Eppure noi siamo pronti, malgrado mascherine, guanti, gel, disinfezioni varie, saranno un capitolo di spesa non indifferente, senza considerare che sono prodotti spesso introvabili».
Canale sostiene che «le attività più piccole verranno ancora di più penalizzate perché nessuno farà la fila per provare un vestito o una scarpa, non è un bene di prima necessità come gli alimentari».
MERCE INVENDUTA Il titolare di Maya è uno dei commercianti che ha acceso le luci, durante il flash mob del 28 aprile: «Avevo le lacrime agli occhi. Mi chiedevo: che cosa ne sarà di ciò che ho costruito in 21 anni di attività? Non sarà facile, sapendo di dover ricominciare tutto daccapo. Prima di chiudere il negozio, avevo comprato 60mila euro di merce primaverile, che non venderemo. E ora dobbiamo comprare quella estiva. Altri investimenti, senza poter contare sui 600 euro che non sono arrivati e sui 25mila quasi impossibile da farsi accreditare a causa della burocrazia. Ma poi mi sono detto: dobbiamo farcela, tutti insieme. Ed è con questo spirito che intanto siamo ripartiti on line».
DIVISORI IN PLEXIGLASS Ha la grinta giusta Olivia Chiarolla, titolare di VP store in via Roma, che, malgrado «il sentimento di sgomento e paura per questa calamità che non ci saremmo mai aspettati», il «timore delle nuove regole e la ripartenza da zero con capi nuovi totalmente scontati», si è perfettamente organizzata: «Sul bancone cassa ci sono già i divisori in plexiglass, guanti e gel per i clienti che ne fossero sprovvisti, condizionatori sanificati e bonifica del locale due volte al giorno, calze usa e getta per provare le scarpe, pieno rispetto delle distanze di sicurezza. I capi di abbigliamento saranno sanificati davanti ai clienti».
Si dice «irritata ma combattiva», la Chiarolla, che avrebbe voluto «sentire la presenza rassicurante delle organizzazioni di categoria e del Comune, nessuno ci ha dato indicazioni sul da farsi. E dal governo gli aiuti promessi non sono arrivati, le mie due dipendenti non hanno ricevuto la cassa integrazione. Malgrado questo vuoto, si va avanti».
AFFITTI NON PAGATI Ma «siamo sul lastrico», tuona Mario Amendolagine, titolare di Dress Code in via Fabrizi che fa i conti e scopre che non tornano: «Non abbiamo potuto pagare gli affitti, sui 2.000 euro al mese, e abbiamo dovuto chiedere ai proprietari degli immobili lo sconto del 50% per tutto l'anno. Intanto, però, 12mila euro di capi nuovi acquistati per la vendita primaverile, giacciono dentro al negozio chiuso. E la gente ormai non ha più soldi neppure per acquistare un capo scontato. I 25mila euro governativi? Non ci vado in banca a indebitarmi», conclude il commerciante.
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