«I disturbi psichici di Pecorale? Provo solo tanta rabbia»

Dopo l’esito della perizia sul 30enne che gli sparò nel locale l’amarezza del giovane, oggi in sedia a rotelle, e della madre
PESCARA. «Proviamo tanta rabbia, ma confidiamo nella giustizia e aspettiamo la discussione della perizia, il 18 maggio, per fare le nostre valutazioni». È la reazione della famiglia di Yelfry Rosado Guzman, il cuoco dominicano di 24 anni, ferito con cinque colpi di pistola, il 10 aprile dello scorso anno, da Federico Pecorale, dichiarato «pericoloso socialmente» ma «non idoneo al carcere».
L’uomo che ha colpito quasi a morte Yelfry perché gli arrosticini che gli stava servendo nel ristobar Rustì di piazza Salotto non erano abbastanza sapidi, aveva «grandemente scemata la capacità di intendere e volere», al momento del fatto, secondo le conclusioni della psichiatra Federica Vellante che saranno discusse in aula il prossimo 18 maggio.
A più di un anno da quegli spari, Yelfry, costretto sulla sedia a rotelle, prosegue la riabilitazione al don Orione di Pescara dopo aver trascorso sette mesi in una clinica di Sulmona. «Aspettiamo il 18 e vediamo se la giustizia esiste oppure no», sono le parole di Yelfry che trascorre le sue giornate a fare gli esercizi riabilitativi, pregare, leggere le Sacre Scritture, chiacchierare con gli amici con il sostegno della madre e dei fratelli che non lo lasciano mai da solo, e confortato anche dal figlioletto di 4 anni.
«La speranza è tornare a camminare», dice mamma Melani, «ma nel frattempo continua a fare gli esercizi al don Orione», dove lei lo accompagna ogni giorno, spostandosi dalla sua abitazione di Madonna degli Angeli a Chieti. E spiega: «Questa notizia ci ha fatto rimanere malissimo, proviamo tanta rabbia, ma non è ancora detta l’ultima. Vedremo cosa accadrà durante l’udienza del 18 maggio. Quell’uomo quel giorno sembrava tranquillo, finché non ha tirato fuori la pistola che aveva in tasca e ha cominciato a sparare contro mio figlio che si è sdraiato a terra, fingendosi morto, per farlo smettere. Poco prima quell’uomo gli ha tirato un pugno, mio figlio non si è reso conto di nulla. Se Yelfry si fosse accorto che aveva un’arma forse avrebbe chiesto aiuto, forse avrebbe allertato qualcuno. Non vogliamo odiare nessuno, ci sostiene la fede. E certamente, se mio figlio è vivo, forse Gesù quel giorno lo ha aiutato. Dobbiamo credere che tutto andrà bene, che la giustizia farà il suo corso», commenta mamma Melani, «ma quell’uomo non se la potrà cavare, dovrà comunque espiare le sue colpe anche se fosse in una struttura protetta. Dovrà prendersi le sue responsabilità, altrimenti chiunque può andare in giro a fare del male alla gente. La legge deve anche stringere le maglie, perché mio figlio non cammina e non può divertirsi come faceva un tempo», dice amareggiata la mamma del giovane dominicano dimesso dalla clinica di Sulmona il 7 dicembre scorso. Prova rabbia, Yelfry, ma non ne parla volentieri, lo sfogo rimane in famiglia.
«Mio figlio è forte, cerca di andare avanti, cerca di non abbattersi, ma ogni tanto mi dice: a me chi mi rialza?» e il cuore di mamma Melani schianta. L’ultimo controllo medico, il 21 febbraio scorso. Ogni giorno Yelfry si sottopone a estenuanti esercizi riabilitativi e fa i conti con «i buchi sulla pelle che gli hanno lasciato le pallottole». Ma le ferite da guarire non sono solo fisiche.

