IL 25 APRILE SIA FESTA DI TUTTI SENZA BANDIERE DI MONOPOLIO

Il Comune di Pescara onora oggi i caduti per la libertà non con un cerimonia pubblica, resa impossibile dalla situazione che stiamo vivendo, ma con un atto d’omaggio intimo e breve, non per questo...
Il Comune di Pescara onora oggi i caduti per la libertà non con un cerimonia pubblica, resa impossibile dalla situazione che stiamo vivendo, ma con un atto d’omaggio intimo e breve, non per questo meno intenso e meno sentito. Lo dobbiamo a chi non ha esitato a mettere in gioco tutto, vita compresa, per riconquistare libertà e democrazia, lo vogliamo come rappresentati istituzionali di uno Stato libero e democratico. Pescara, come scrisse Ennio Flaiano, ha sofferto la guerra in maniera diversa. Si riferiva ai bombardamenti del 1943, prima e dopo l’armistizio, che la trasformarono in una città fantasma. La Resistenza sul territorio sarebbe arrivata dopo l’occupazione tedesca, come un moto di reazione spontanea ai soprusi, alle prevaricazioni, alle violenze, alle uccisioni per vendetta e per capriccio criminale.
Giorgio Bocca liquidò l’esperienza patriottica abruzzese con un’ingenerosa etichetta di «difesa della roba». C’era del vero ma non era la verità. Una società arretrata come quella del 1943, la scarsa penetrazione della consapevolezza politica e la lontananza dai grandi scenari della storia potevano esprimere una resistenza che era votata alla difesa dell’esistente così come accaduto in epoca prerisorgimentale e risorgimentale. Nella seconda guerra mondiale ci fu però una spinta ideale in più, sull’onda di un conflitto malamente perduto al fianco del Terzo Reich e di una dittatura ultraventennale travolta dalla sconfitta. Furono i militari lasciati senza ordini da una classe dirigente inadeguata, che pensò alla salvezza personale anteponendola a quella della Nazione, a trovare in loro stessi le risorse morali per opporsi armi in pugno a protervia nazista e risorgenza del fascismo.
A Bosco Martese, nel Teramano, a fine settembre fu scritta una delle pagine più nobili e meno conosciute della resistenza, con la prima battaglia campale della guerra di liberazione che stava iniziando con due armate alleate sulla Penisola ed eserciti provenienti da mezzo mondo: americani, inglesi, polacchi, canadesi, neozelandesi, indiani, per limitarsi a chi ebbe un ruolo nella nostra regione. A loro si aggiunsero presto gli italiani del ricostituito esercito: fanti, artiglieri, bersaglieri, paracadutisti.
Domenico Troilo, ex ufficiale della Regia aeronautica e comandante della gloriosa Brigata Maiella di Ettore Troilo, formazione di patrioti che scelse un percorso del tutto svincolato dalla guerra partigiana e unica decorata di medaglia d’oro al valor militare, ripeteva più volte che «per ribellarsi non occorre il coraggio, ma basta la dignità». Una frase che sintetizza al meglio quel moto e ne fornisce la chiave di lettura al di là di ogni creazione postuma e ogni imbellettata artificiale. La dignità non si vende e non si compra, e si difende con le armi in tempi di guerra.
Non furono pochi coloro che scelsero la via più difficile e più contorta, ma anche la più etica, di non subire gli eventi ma di contribuire a determinarli, con i mezzi e le modalità che la situazione rendeva possibili. La resistenza armata delle piccole bande partigiane venne affiancata dalla resistenza umanitaria che curò l’assistenza ai paracadutisti alleati inviati in missione anche sul nostro territorio provinciale, ed aiutò ex prigionieri a passare il fronte attraverso i pericoli della montagna e le insidie del mare, e anche a salvare gli ebrei dai rastrellamenti e dalla deportazione nei lager. Atti eroici di persone che non erano nate come eroi ma che seppero qual era la via giusta, seguendo la coscienza.
Su una lapide affissa a palazzo di città, che molti superano distrattamente, tra i nomi che vanno tramandati per vicende che andrebbero conosciute ci sono quelli di due medaglie d’oro al valor militare per la Resistenza: Renato Berardinucci e Vermondo Di Federico, ai quali sono dedicati due vie cittadine. Nessuno di loro, per quanto con radici a Pescara, era nato in questa città. Berardinucci era figlio di emigranti, aveva visto la luce a Philadelphia, aveva conosciuto la libertà e si era ritrovato in una dittatura che aveva deciso di combattere, grazie anche a un compagno di scuola al liceo classico, l’ebreo viennese Hans Lichtner, che gli aveva aperto gli occhi.
Di Federico era un bracciante di Piccianello, non aveva avuto neanche il tempo di sparare un colpo come soldato del Regio Esercito, ma aveva deciso di seguire Berardinucci nella sua banda partigiana per la quale ritenne di dover riprendere le armi. Ambedue pagarono con la vita la loro scelta di libertà, ad Abruzzo già liberato, sotto la scarica di un plotone d’esecuzione al cimitero di Arischia, nel giugno 1944. Erano gli ultimi sanguinosi sussulti di un’occupazione dura, sanguinosa, segnata da grandi battaglie (Sangro, Ortona e Orsogna), da efferate stragi (Pietransieri, Sant’Agata di Gessopalena) ed esecuzioni sommarie per rappresaglia o repressione antipartigiana (Santa Cecilia di Francavilla, Colle Pineta a Pescara). Era il volto feroce della guerra. Voglio qui ricordare anche la figura del generale dei carabinieri Giuseppe Dezio, nato a Montesilvano e ucciso spietatamente a Villatora di Saonara, presso Padova, alla fine di aprile del 1945 e a guerra praticamente conclusa: aveva offerto la sua vita in cambio di quella degli ostaggi rastrellati dalle SS.
Sono pagine dolorose che dobbiamo aver sempre presenti come pietre miliari che scandiscono il lungo cammino verso la libertà, il nostro patrimonio condiviso da tenere però per quanto possibile al riparo, per usare le parole di Ernesto Galli della Loggia, dall’«uso mitico di un fatto storico», come purtroppo accade con rinnovata e disinvolta politicizzazione della Resistenza e della guerra di Liberazione, fenomeno accentuato negli ultimi anni, in cui si alzano le bandiere di un monopolio che non esiste, di una primogenitura che è mito e di una custodia ideale che non è affatto esclusività. Solo quando riusciremo a superare l’antistorica proiezione sul presente della «gigantesca ordalia tra fascismo e antifascismo», allora davvero il 25 aprile sarà davvero per tutti la Festa della liberazione degli uomini che si sentono liberi, perché ormai depurata della «giustapposizione di due specifiche forzature interpretative della storia italiana, riguardanti rispettivamente il periodo precedente e successivo al 1945». Così come combattiamo in questi giorni l’espansione subdola del coronavirus, abbiamo il dovere morale di combattere ogni giorno la pervasione subdola o urlata dell’intolleranza ideologica e di un manicheismo arrogante: quell’«uso politico della manipolazione della storia» che, oltre a rendere un pessimo servizio alla verità, offende tutti coloro che hanno a cuore i valori della democrazia.
Carlo Masci
* sindaco di Pescara

