Il giorno dell’addio «Ma la vita vincerà»
Ad Ascoli i funerali di 35 vittime. Il vescovo: «Ho chiesto a Dio ora che si fa?» Renzi ai familiari: «Ditemi cosa è meglio per voi, noi ci saremo sempre»
INVIATA AD ASCOLI PICENO. Quello che si imprime nella memoria è l’odore dei fiori che si disfano in fretta sulle bare, l’odore del sale delle lacrime. È il suono della voce del parroco che scandisce i nomi di 49 persone uccise da un terremoto che il vescovo di Ascoli Piceno Giovanni D’Ercole definisce «una guerra», «un boia che arriva nel buio». Il giorno dell’addio arriva dopo i giorni dello strazio per i familiari che hanno vegliato senza stancarsi i loro cari morti nella palestra comunale di Monticelli, ad Ascoli Piceno. Tutti quelli che sono riusciti a venire sono qui, i sopravvissuti che portano sul corpo i segni della tragedia, fasciature, gessi, e nell’anima cicatrici che non potranno mai guarire del tutto. All’esterno del palazzetto, sedute a terra dietro a una colonna, due ragazzine piangono abbracciate tutta la loro disperazione.
Lo Stato che ha dichiarato il lutto nazionale per le esequie delle vittime dei centri marchigiani è qui. Per promettere che nessuno sarà lasciato solo. Per assicurare, come ripete più volte Matteo Renzi ai familiari, che «quando si spegneranno le telecamere, io tornerò», e che le decisioni saranno prese assieme ai cittadini delle comunità ferite. Il premier, accompagnato dalla moglie Agnese, i presidenti delle Camere, Pietro Grasso e Laura Boldrini, arrivano per primi. Ci sono vertici militari, europarlamentari, presidenti di Regione, sindaci con le fasce tricolori. Il primo cittadino dell’Aquila Massimo Cialente si ferma da solo, in silenzio, davanti ai feretri, chinando la testa di fronte alla tragedia che lo riporta indietro in uno spaventoso flashback al dramma della sua città, al 6 aprile 2009. Cerca tra la folla dei sindaci quello di Arquata del Tronto e lo abbraccia. Arriva, accolto da un applauso, il presidente Sergio Mattarella che rende omaggio alle vittime raccogliendosi davanti ai feretri, le braccia bloccate lungo i fianchi: 35 bare sono allineate per le esequie, 14 hanno già raggiunto le città e i paesi da cui le vittime provenivano. Nell’afa che rende l’aria quasi irrespirabile, sotto al grande crocefisso appeso alla parete di mattoni rossi, i parenti sembrano indifferenti alle autorità.
Lunghi abbracci con chi è arrivato da lontano per portare conforto, gli occhi lucidi fissi sulle foto incorniciate posate tra i fiori. Sulla piccola bara bianca di Giulia, morta a 11 anni accanto alla sorellina Giorgia, 4 anni, riemersa viva dalla bocca d’inferno del sisma, un soccorritore arrivato dall’Aquila, Andrea, lascia un messagio straziante: “Ciao piccola, scusa se siamo arrivati tardi. Purtroppo avevi smesso di respirare, ma voglio che tu sappia che abbiamo fatto tutto il possibile per tirarvi fuori. Ti voglio bene”.
C’è una lettera anche per Lucrezia Rendina, 16 anni, e per la mamma Piera, «angeli curiosi» che amavano viaggiare: “Sempre insieme, forti e coraggiose, hanno lasciato un pezzettino di loro in chiunque le abbia conosciute. Dopo avere girato il mondo insieme, sono partite per il loro viaggio più lungo” c’è scritto. I ricordi passano di bocca in bocca tra i familiari, continuamente, come a sigillare nella mente, i volti, le storie, i luoghi dell’identità spariti per sempre. Perché Pescara del Tronto, dice Simone Rendina, che quella notte lì aveva i genitori, salvi per miracolo, non potrà essere ricostruita: «C’era una volta, non ci sarà più».
Ma è proprio nel momento del buio, dice D’Ercole durante la sua omelia, che bisogna ritrovare la speranza. Come Giobbe. Come scrive Guareschi nelle avventure di don Camillo, che agli alluvionati ricorda che «le acque tumultuose che ora travolgono tutto un giorno torneranno placide». «Questa notte ho chiesto a Dio: adesso che si fa?» inizia il vescovo. E la risposta è la fede: «Non abbiate paura di gridare la vostra sofferenza, ma non perdete il coraggio. Insieme ricostruiremo le nostre case e le nostre chiese» e «le torri campanarie torneranno a suonare». Perché il simbolo è la piccola Giorgia, riemersa viva dalle macerie, protetta dal corpo della sorellina maggiore: «Ha vinto la vita, non la morte». La morte che continua a fare aumentare il numero già drammatico delle vittime, arrivato ieri a 291 con il decesso, annunciato durante la celebrazione, di un anziano di 77 anni estratto dalle macerie ad Arquata del Tronto che era stato ricoverato a Perugia.
Si asciuga le lacrime commossa Agnese Renzi. Gli scout a cui è stato affidato il servizio d’ordine formano cordoni per circondare i parenti e proteggerli mentre Mattarella si avvicina a ciascuno di loro per salutarli. Stringe le mani, si china a baciare un’anziana signora in carrozzella, le parla a lungo. Abbraccia teneramente un ragazzo che scoppia a piangere sul suo petto. Promette che nessuno sarà lasciato solo. Che la ricostruzione, come gli chiedono tutti, sarà trasparente. «Ditemi voi cosa è meglio per voi - chiede Renzi - Se volete restare nei vostri territori, se volete andare in albergo. I soldi ci saranno, ma diteci cosa è meglio per voi. A telecamere spente tornerò, ne parleremo. Ci siamo e ci saremo sempre». A Davide Olivandi, rimasto solo dopo la morte dei genitori e dopo aver visto morire i suoi amici, dice: «Chiamami quando vuoi».
Lentamente le autorità lasciano la palestra, la gente sciama. Restano i parenti, i volontari. E i vigili del fuoco che sollevano la bara più piccola, quella di Marisol, morta a 18 mesi, e la portano fuori con i suoi peluche. Un applauso accompagna la sua uscita, un applauso è l’ultimo saluto per ciascuna vittima. Molti tornano a casa, nei cimiteri di Arquarta e Capodacqua.
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