Il pescarese Passeri in carcere in Egitto, l’incontro con l’avvocato e la speranza: «Ho fiducia in lei»

Il giovane arrestato al Cairo tre anni fa e condannato a 25 anni di reclusione per una vicenda di droga. Il legale Mario Antinucci: “L’ho visto provato, è un ragazzo dolce, educato e generoso”
PESCARA. “Ho fiducia in lei”. Dopo tre gradi di giudizio e la totale assenza di un supporto legale reale e ravvicinato, Luigi Giacomo Passeri dice proprio così nel corso del primo incontro con l’avvocato Mario Antinucci, partito martedì per il Cairo e rientrato a Roma ieri sera. Il suo assistito, rinchiuso nel carcere di Badr e condannato a 25 anni per traffico internazionale di sostanze stupefacenti, non ha mai avuto la possibilità di interfacciarsi con qualcuno fin da quando la polizia egiziana lo ha arrestato, nell’agosto del 2023, e portato nella struttura detentiva del posto, «una delle più imponenti che abbia mai visitato», ammette Antinucci, che ha assunto l’incarico solo a gennaio di quest’anno. E ci tiene a sottolineare che il blitz diplomatico «non era affatto scontato». Poi riferisce: «Giacomo non si aspettava di vedermi lì. Durante il colloquio ho avuto modo di accertare la sua fiducia nei miei confronti. Un accordo indispensabile per accelerare i tempi e andare avanti con le trattative, garantite dai rapporti bilaterali, e consentire così il rientro del giovane detenuto in Italia, dove ad attenderlo ci sono sua madre, che vorrei incontrare al più presto, e i fratelli».
Ora il prossimo passaggio sarà proprio quello di scrivere nuovamente una nota consolare congiunta per sollecitare il rientro a casa del 32enne.
L’avvocato ha avuto modo di accertare le condizioni fisiche del giovane: «L’ho visto bene, anche se psicologicamente molto provato. Nonostante il suo malessere, cerca di sostenere i suoi compagni di cella. È un ragazzo generoso, dolce ed educato. È pronto a lottare, perché vuole riabbracciare i propri cari, e nello stesso tempo ha ancora molta fiducia nelle regole».
L’avvocato si focalizza sulla sfera dei diritti umani, visto che Giacomo ha avuto il suo primo colloquio con il proprio difensore di fiducia, garanzia fondamentale per ogni cittadino europeo, solo a distanza di tre anni. Il giovane è stato condannato con una sentenza passata in giudicato, senza aver mai potuto interloquire con un legale.
Per adesso Antinucci preferisce non soffermarsi sulle strategie legali di difesa e tiene a precisare che «quella appena vissuta è stata un'esperienza dura» anche per lui. «Il carcere è imponente, c'è il braccio della morte, i detenuti sono per lo più egiziani e la pena a 25 anni, inflitta a Giacomo, è di fatto sostitutiva della pena capitale, che sopravvive nel sistema giudiziario egiziano», spiega.
I famigliari del giovane, nel frattempo, sperano solo nel suo ritorno a casa. Hanno lanciato diversi appelli in questi tre anni e respinto le accuse delle autorità egiziane, secondo le quali Giacomo è stato fermato e arrestato per via di un ingente quantitativo di droga. Poi, così come riferito dal fratello Marco Antonio, lo hanno costretto a firmare dei documenti. «Io e la mia famiglia non viviamo più da tre anni, fatelo ritornare a casa», dice.

