Matrone: «Spero ancora nella giustizia per i 29 morti, vi spiego il mio sfogo in aula»

27 Febbraio 2023

Il sopravvissuto e le urla in tribunale: «Credetemi, l’ho fatto per amore della verità Ora l’inchiesta? Dico che griderei ancora la mia rabbia, ma senza minacce e insulti»

PESCARA. «La mia rabbia in aula? Era la rabbia di chi gridava che non mollerà, che Rigopiano non finirà con 29 morti senza responsabili. Perché nonostante tutto, nella giustizia ci spero ancora».
Giampaolo Matrone parla al telefono ed è ancora sfinito, come racconta, dall’enorme delusione di giovedì pomeriggio: 25 assolti su 30 imputati per la tragedia di sei anni fa. Tragedia a cui il pasticcere di Monterotondo è sopravvissuto dopo 62 ore sotto alle macerie, di cui conserva ancora pesanti cicatrici dentro e fuori, con la moglie Valentina che lì è morta.
Matrone, si va verso un’inchiesta per le urla e le minacce al giudice dopo la lettura della sentenza. Che cosa si sente di dire?
«Dico che senza le minacce e gli insulti, griderei ancora. Era la rabbia di chi non vuole mollare, ma anche di chi proprio non se l’aspettava una sentenza così. Giovedì ero sicuro, e non so neanche chi me la dava tutta quella serenità, ero sicuro che sarebbe andata bene. E invece dopo gli assolti e i capi di imputazione, mentre mi aspettavo ancora le condanne per altri capi di imputazione, niente, il giudice ha parlato di soldi ed è finito tutto. Mi sono guardato intorno: ma davvero è finita qua? Allora ecco, oggi dico quello che non ho detto giovedì, dico che potevano chiudere tutto subito, invece di farci buttare altri sei anni di vita. Perché per loro sono stati sei anni di lavoro, per noi di vita, di altra vita buttata».
Le sue urla in aula, la sua rabbia, hanno fatto il giro d’Italia. La Procura di Campobasso aprirà un fascicolo. Come la vive?
«Se vogliono aprire un fascicolo lo facciano pure, sono pronto a tutto. Se vogliono continuare a rovinarmi la vita, possono farlo, mi prendo le mie responsabilità. Ma a loro, a tutti, torno a chiedere una cosa che forse in aula è suonata come una minaccia, ma è quello che ho sempre invitato a fare durante questi anni: al giudice, agli imputati, ai loro difensori chiedo di provare a mettersi per un minuto nei miei panni, a passare qualche attimo dei due giorni e mezzo che ci ho passato io, sotto quelle macerie, e poi chissà, forse capiranno anche la mia rabbia».
Giovedì sera che cosa ha detto a sua figlia Gaia tornando a casa?
«Gaia giovedì pomeriggio, alle 4 e mezza mi aveva mandato un messaggio per sapere come stava andando. Poi è successo tutto. E niente, quando sono tornato a casa verso le 9, con la testa bassa, lei aveva appena finito di mangiare a casa di mia madre. Mi è corsa incontro e mi ha detto “so tutto, eri arrabbiato nero, ti ho visto in televisione” e mi ha abbracciato. E io le ho ripetuto la promessa che le ho sempre fatto: li facciamo condannare. Tanto però non si rendono conto, parliamo della causa, del processo, ma Rigopiano ha fatto più di 15 orfani e, considerando almeno una decina di familiari più stretti per ogni vittima e per i sopravvissuti, Rigopiano ha distrutto la vita di almeno 400 persone».
Crede ancora nella giustizia?
«Ci ho creduto solo il giorno della sentenza, perché ero sicuro che sarebbe andata per il meglio. No, in questi anni alla giustizia non ci ho mai creduto, però non smetto di sperarci, neanche adesso. Ed è per questo che faccio appello a tutta l’Italia, a tenere i riflettori accesi su questo processo, chiediamo solo che venga accertata la verità».
Come si muoverà con i suoi avvocati?
«Faremo ricorso, certo. Dopo questi giorni di sfinimento, si riparte dalla bruttissima pagina di storia italiana che è stata scritta giovedì in quell’aula di tribunale per arrivare alla verità. Perché ricordiamocelo, quello che è successo a Rigopiano può risuccedere anche domani in una scuola o dentro un Comune: in Italia si è capito che non serve una valanga per fare morti prigionieri. Da giovedì scorso ho ricevuto tanti messaggi di solidarietà e questo significa solo una cosa: quello che uscirà da questo processo non è una risposta solo ai familiari delle vittime di Rigopiano, ma a tutti i cittadini italiani».