Mohammed, il professore prestato all’agricoltura e la sua famiglia modello

16 Ottobre 2024

Vive a Trasacco dal 1993 con la moglie Naima: la coppia ha sei figli «La cultura è integrazione e la diversità è una ricchezza per tutti»

I confini geografici e culturali tra popoli diversi si abbattono con il buon senso e l’intelligenza. Così, capita che a Trasacco, durante la presentazione di un libro sulle missioni benefiche in Africa, dal pubblico si alzi una studentessa dalla dialettica forbita e conquisti tutti con un intervento incentrato su altruismo ed egoismo, consumismo e solidarietà. Si chiama Khadija El Hajibi, ha 16 anni, e vive a Trasacco. La sua famiglia arriva dal Marocco: suo padre Mohammed è un ex professore di matematica che da quando è arrivato in Italia, negli anni Novanta, lavora nell’agricoltura. Sua madre Naima El Rhaouate, diplomata in Marocco, si occupa dei sei figli: cinque femmine e un maschio. Samah, che lavora e ha due figli, Amira e Rayan; Maria che ha conseguito una laurea (110 e lode) in Economia e finanza delle imprese e degli ecosistemi e ha intrapreso una carriera manageriale; Nouhaila, laureanda in economia e cooperazione internazionale, Zahra, che frequenta la terza media, e Youssef che è in prima media
È la fotografia, impressa a caratteri nitidissimi, di quella che si può definire una perfetta integrazione. Perfetta come la conoscenza della lingua italiana, l’adattamento alle regole e tradizioni del luogo in cui la famiglia El Hajibi si è trovata a vivere, pur mantenendo intatte cultura e tradizioni del Marocco. Pensiamo a Mohammed, che oggi ha 55 anni, e che da giovane professore decide di lasciare il suo Paese, attraversare lo stretto di Gibilterra a bordo in un peschereccio, attraversare la Spagna in treno e arrivare a Milano.
«Aspiravo a condizioni di vita e lavorative più favorevoli», sottolinea, «che potessero garantire a me e alla mia famiglia una stabilità, di accedere a servizi migliori come sanità, istruzione». Insomma, una sorta di fuga dall'instabilità economica – ha rinunciato in patria a uno stipendio di milione 200mila lire, visto che in Italia riusciva a guadagnare anche 120mila lire al giorno – e soprattutto dall'idea di non poter avere un futuro. Così è riuscito a creare le condizioni affinché i suoi figli ottenessero migliori opportunità di istruzione e formazione professionale. «Osa vivere la vita che hai sognato, vai avanti e realizza i tuoi sogni», il suo motto.
«Nella città lombarda sono rimasto per un paio d’anni, impiegato in una ditta di traslochi, ma pagavano poco e così ho deciso di spostarmi in Abruzzo». La scarsa conoscenza della lingua italiana gli ha impedito di insegnare in Italia, e così nel 1993 arriva nella Marsica.
«Mia moglie, che conoscevo dai tempi della scuola», dichiara, «mi ha raggiunto qui e da sempre lavoro nell’agricoltura, prima in una ditta a Borgo Ottomila a Celano per 3-4 anni e poi alla società Colt.or di Ortucchio per 20 anni. Oggi lavoro a Paterno, sempre nel settore agricolo. L’integrazione a Trasacco è stata possibile grazie anche a tutte le amministrazioni che si sono succedute. È stato importante anche aver fondato, insieme ad altre persone, l’associazione culturale Essalam».
Nouhaila El Hajibi abita a Roma. Capelli scuri, occhiali da intellettuale e idee chiare. «Il mio sognoè il raggiungimento dell’equilibrio professionale e personale in tutti gli ambiti e in tutte le fasi della vita. Cerco la realizzazione personale».
Oggi Nouhaila lavora part-time e studia Economia alla Sapienza: «Io sono nata in Marocco e sono arrivata quando avevo un anno di età. Ho avuto un rapporto di familiarità estrema con il posto in cui l’intera infanzia e l’adolescenza sono stati vissuti. La ricetta per l’integrazione è differente da quella che hanno vissuto i nostri genitori. Noi abbiamo potuto affacciarci a una cultura diversa che ha ampliato il nostro bagaglio personale. I nostri genitori ci hanno messo nelle condizioni di credere di poter raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati». E sull’Abruzzo: « Questo posto lo sentiamo nostro, pur vivendo un normale dualismo di vita. Guardando i nostri genitori tutto è andato liscio, loro sono stati un riferimento, i valori che ci hanno sempre trasmesso nelle situazioni belle e meno belle. Oggi c’è troppa ignoranza, c’è paura della diversità. Il mio sogno? Nella vita vorrei essere una imprenditrice, seguirò un percorso di magistrale e un master, per cambiare totalmente la prospettiva di vita. I miei interessi? Trovare una sistemazione di vita e professionale e crescere da zero, senza aiuti o scorciatoie».
Torniamo a Khadija, che frequenta il quarto anno di ragioneria, indirizzo amministrazione, finanza e marketing all’Istituto commerciale di Avezzano. Ha partecipato alla presentazione del libro di Francesco Barone dal titolo “Ubunto. La dimensione etica della vita”.
«Partiamo dal fatto che l’argomento Africa mi sta molto a cuore», ammette la studentessa, «è un continente che non è mai stato povero, è stato sempre ricco. Pensiamo solo che l’oro custodito nei bunker delle banche di Spagna e Francia proviene dall’Africa. Dell’Africa si mettono sempre in evidenza i lati negativi, ma laggiù le persone non hanno futuro perché i Paesi occidentali le sfruttano. Per questo l’umanità del professor Barone mi ha colpito molto. Di queste tematiche in pochi si interessano. Ognuno pensa ai fatti propri. I miei genitori mi hanno insegnato ad aiutare il prossimo. Se io sono qui e credo in queste cose devo ringraziare mamma e papà che ci hanno regalato stabilità economica e familiare».
Il pensiero va alla guerra «che lascia bambini orfani senza madre e senza futuro. Il consumismo ci sta consumando, mi si perdoni il gioco di parole, perché pensiamo a noi e non agli altri. Diventiamo egoisti. Invece di aiutare persone con tante difficoltà economiche».