Sono 400mila i lavoratori incatenati dal caporalato

23 Maggio 2016

Lo sfruttamento è ormai un fenomeno strutturale del fare impresa in Italia

di YVAN SAGNET

Sono circa 400mila i lavoratori italiani e stranieri vittime del fenomeno del caporalato nel nostro paese secondo il rapporto "Agromafie e Caporalato" prodotto dalla Flai-Cgil. Un numero sottostimato se prendiamo in considerazione le altre forme di caporalato legalizzato che definiamo il caporalato 2.0 e che operano legalmente all'ombra delle agenzie di somministrazione al lavoro. Il caso più emblematico è quello di Paola Clemente, bracciante Italiana deceduta l'estate scorsa che lavorava tramite un'agenzia interinale e veniva trasportata da San Giorgio Ionico nel Tarantino dove viveva ad Andria distanti 150km tramite i caporali, dipendenti dell'agenzia in questione.Il caporalato è un fenomeno strutturale che fa parte del modo di fare impresa in Italia e che ritroviamo anche in altri settori della nostra economia tipo i servizi, l'edilizia, il badantato ecc. Il caporalato non è un fenomeno strettamente legato agli immigrati come lascia intendere una certa classe politica ma è un fenomeno trasversale della nostra società che colpisce sia i migranti che gli italiani e di cui le origini risalgono alla fine dell'800 ma che assumerà una trasformazione sostanziale con l'avvento della globalizzazione. In effetti, il fenomeno del caporalato non è uno degli aspetti che caratterizzava la società contadina pre-industriale, ma rappresenta invece il prototipo del modello neo liberista che a partire dalla fine degli anni '90 del 1900 si imporrà al livello globale. La de-regolarizzazione del mercato del lavoro operata in quegli anni con lo smantellamento del collocamento pubblico hanno rafforzato quel fenomeno.

Il caporalato migrante ha preso forma in quegli anni quando gli italiani decisero di dedicarsi ad altro. Il caporalato migrante a differenza di quello autoctono assume una forma ancora più arcaica e feroce che si appoggia sulla condizione giuridica del soggetto migrante per ricattarlo. L'agricoltura è un'attività puramente stagionale per cui c'è un dualismo tra il caporalato e l'accoglienza dei lavoratori stagionali, in particolare quegli stranieri che si spostano da una regione all'altra secondo la stagionalità delle colture. Ad esempio, d'estate sono in puglia per la raccolta dei pomodori e poi d'inverno a Rosarno in Calabria per la raccolta degli agrumi e così via. Questo dualismo ha favorito la diffusione dei ghetti, punti di aggregazione dei lavoratori stagionali in tutto il territorio nazionale in assenza di un piano regionale sull'accoglienza. Il bracciante migrante che dimora nel ghetto vive una condizione d'isolamento che lo rende interamente dipendente dal caporale. In effetti per soddisfare qualsiasi bisogno primario ad esempio per andare al supermercato oppure al lavoro o all' ospedale deve pagare una tassa di 5€ di trasporto al caporale. Nei luoghi di lavoro, il caporale durante la pausa costringe il bracciante a pagargli il panino e l'acqua che costano rispettivamente 3,50€ e 1,5€ sia un totale di 10€, compreso il trasporto che il bracciante dovrà decurtare dalla sua paga che spesso non eccede i 30€ al giorno. Il caporalato ovvero l'intermediazione illecita di manodopera è punibile penalmente soltanto dal 2011 in seguito alla nostra battaglia nelle campagne pugliesi. Purtroppo questa legge rimane inefficace e va completata perché non colpisce il vero responsabile ovvero l'impresa. Il caporalato è l'ultimo anello di una lunga catena di sfruttamento lungo la filiera agricola che vede come principali responsabili le imprese, le industrie di trasformazione e la grande distribuzione organizzata, imponendo il ribasso dei prezzi dei prodotti con ricadute negative sui contadini che non reggono il costo del lavoro. A pagare il prezzo di questa situazione sono i braccianti, abbandonati totalmente dallo Stato che non effettui controlli né nei luoghi di lavoro né lungo la filiera. Per citare Marx, la figura del caporale è espressione diretta di quella cultura che vuole le imprese come cuore pulsante della società, il mercato come unico regolatore sociale e il lavoro come merce, il tutto condito con una buona dose di corruzione e di illegalità.Per contrastare il caporalato e l'illegalità generalizzata serve una presa di coscienza culturale. Dobbiamo passare dalla logica del mercato e del profitto a tutti i costi, e rimettere l'uomo e i suoi diritti al centro di ogni cosa e su questo oltre allo Stato, anche il consumatore dovrebbe assumersi le sue responsabilità.

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