PESCARA

A un passo dalla B ma Zeman è meglio di Oddo

Il rendimento del tecnico boemo superiore a quello di Oddo ma salvarsi è utopia

PESCARA. Servirebbe un miracolo per restituire una piccola speranza al Pescara. O forse non basterebbe nemmeno. Ormai i margini per tornare in corsa si sono ristretti diventando sottilissimi, quasi impercettibili. Dunque, la sconfitta di Empoli ha condannato verosimilmente il Delfino alla retrocessione in B. I toscani sono rimasti a +9 (+10 per la classifica avulsa) a sole 7 giornate dalla fine. E all’orizzonte ci sono due sfide proibitive all’Adriatico contro Juventus (sabato alle 15) e Roma (lunedì 24 aprile alle 20,45).

L’arrivo di Zdenek Zeman ha portato in dote 5 punti in 7 gare (1 vittoria, 2 pareggi e 4 sconfitte) con una media di 0,71 a partita. Un rendimento migliore rispetto a quello espresso da Massimo Oddo che aveva totalizzato 9 punti in 24 gare. Una media di 0,37 a gara che scende a 0,25 senza l’unico successo della sua gestione ottenuto a tavolino con il Sassuolo. Il ruolino del boemo si fa preferire anche per gol fatti e subiti. Con Zeman il Pescara ha segnato 8 reti in 7 partite (in media 1,14 ogni 90’) e ne ha incassati 13 (1,85 a gara). Con Oddo, in 24 sfide, 22 reti realizzate (0,91 a partita) e 55 subiti (2,29 ogni 90’). Numeri che testimoniano qualche passo in avanti, ma non sufficiente per rilanciare i biancazzurri. Con la media punti di Zeman proiettata su 38 gare si arriverebbe a 27 punti, una quota che quasi sicuramente non avrebbe garantito la permanenza in A.

La verità è che la squadra, oltre ad aver evidenziato lacune strutturali, non ha compiuto quel processo di maturazione che la società e Oddo credevano fosse lecito attendersi. Zampano, Biraghi, Verre, Memushaj, Brugman, Caprari e via discorrendo erano considerati ai nastri di partenza elementi in grado di affermarsi anche nella massima serie, invece sono stati discontinui. Poi hanno pesato le criticità ravvisate da tanti osservatori. A fine mercato mancavano all’appello almeno un difensore affidabile e una punta di spessore. La retroguardia è stato spesso orfana di Coda e Campagnaro, due giocatori validi, ma da tempo alle prese con guai fisici. In attacco, invece, non sono arrivati elementi all’altezza.

L’erede di Lapadula doveva essere Bahebeck che ha trascorso più tempo in infermeria che in campo. La strategia della dirigenza sulla scelta delle punte è stata quantomeno curiosa. Impeccabile e invidiata da tanti club in B, errata e incomprensibile in A. In pratica il Delfino è passato da tornei nei quali ha messo in vetrina il capocannoniere (Immobile nel 2011-12 e Lapadula nel 2015-16 in B), agli ultimi due campionati in A dove ha esibito un lungo elenco di flop clamorosi. Da Vukusic, pagato quasi 4 milioni e scomparso dai radar del calcio, a Jonathas, arrivato con alcuni (eufemismo) chilogrammi di troppo, passando per Abbruscato, Caraglio e Sforzini. Un Pescara recidivo che nel torneo in corso ha affidato tutto il peso dell’attacco all’imberbe Manaj e al fragile Bahebeck che finora ha giocato titolare solo 7 volte. Non una novità, dal momento che anche negli anni passati la sua presenza sui campi non è stata molto assidua: nella scorsa stagione 1.182' minuti giocati (l’equivalente di 13 gare, coppe comprese), 837’ due anni fa e 1.258 nel 2013-14. A gennaio è stato ingaggiato Gilardino per cambiare volto al reparto, ma l’ex bomber della Nazionale si è infortunato nel giorno del debutto a Napoli. È stato preso anche Cerri che nella prima parte del campionato ha trovato poco spazio in B nella Spal. Forse una punta in più non avrebbero salvato il Pescara, ma intanto a Crotone si godono Falcinelli, inseguito invano dal Delfino l’estate scorsa, che con la doppietta realizzata all’Inter è salito a quota 11 reti. E, soprattutto, finora ha giocato 30 gare su 31. Ad avercelo uno così.

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