Il calcio italiano in rosso: debiti per 5,4 miliardi

Il deficit aumenta per gli effetti determinati dal Covid: in due anni persi 2,2 miliardi Il 90% della crescita dei ricavi tra il 2007 e il 2019 utilizzato per pagare i calciatori
ROMA. Controllo dei costi, valorizzazione dei giovani e nuove infrastrutture. La rotta per le riforme e il risanamento del calcio italiano è stata tracciata da Gabriele Gravina perché «i dati del nostro report sono impietosi e diventano una sorta di monito per tutto ciò che è successo durante il periodo della pandemia» ha spiegato il presidente della Figc in occasione della presentazione del ReportCalcio, il documento sviluppato dal Centro Studi Figc in collaborazione con Arel e PwC Italia. Numeri solo acuiti dal Covid perché già nei 12 anni analizzati precedenti alla pandemia (dal 07-08 al 18-19), il calcio professionistico italiano ha prodotto un rosso aggregato pari a circa 4,1 miliardi di euro, praticamente 1 milione al giorno. Nello stesso lasso di tempo il fatturato dei club di Serie A, B e C è arrivato a toccare i 3,9 miliardi di euro, ma quasi il 90% della crescita dei ricavi tra il 2007 e il 2019 è stata utilizzata per coprire l'aumento degli stipendi e degli ammortamenti/svalutazioni. Per questo il diktat di Gravina ormai da tempo è sempre lo stesso. «Dobbiamo controllare i costi» ha ribadito il capo del calcio italiano che con il consiglio federale è al lavoro per una serie di proposte che ha intenzione di portare già nella prossima riunione del 28 luglio per una nuova formula con visione triennale delle licenze nazionali. Da qui anche la necessita di tornare a parlare di indice di liquidità dopo la prima battaglia avuta con la serie A e con Gravina pronto a rilanciare. «Oggi adottare un indicatore dello 0,6 è il minimo indispensabile, faremo di tutto per avere anche altri indicatori incisivi, ma la nostra idea per l'indice di liquidità è comunque quella di passare da 0,6 a 0,8 in tre anni per poi arrivare a 1». Anche perché nelle due stagioni con impatto Covid-19 il rosso aggregato prodotto dal calcio professionistico italiano è stato pari ad oltre 2,2 miliardi di euro, mentre a livello finanziario l'indebitamento è salito dai 4,8 miliardi di euro del 2018-2019 ai quasi 5,4 del 2020- 2021. Ma a soffrire sono stati anche i ricavi da stadio, quasi azzerati nel 2020-21 e con un impatto in termini di ricavi potenziali da ticketing non realizzati di oltre mezzo miliardo. La pandemia ha comportato anche a una riduzione del 21% dei tesseramenti Figc tra il 2018 e il 2021 con una ricaduta inevitabile sui settori giovanili che vivono, a livello nazionale, un paradosso in virtù degli ottimi risultati recenti ma con dei giovani che trovano sempre meno spazio in serie A. Secondo Gravina, però, il talento c'è e lo dimostra lo stage che il ct Mancini ha organizzato qualche settimana fa. «Dei 54 convocati tra A e B, secondo Mancini, tutti possono tranquillamente giocare in Serie A», ha spiegato il presidente della federcalcio, «ma giocano pochissimo».
A preoccupare infatti è il dato che evidenzia come nel minutaggio della serie A, solo l'1,5% sia degli U21 italiani.
Inevitabile una riflessione sugli impianti italiani che tra serie A e B vantano un'età media di 62 anni.
Angelo Caradonna

