La grande sfida di Bonasia: poca altezza, tanto fosforo

La play della Gesam Gas Lucca è di Sulmona ed è alta 161 centimetri: «Cerco di essere veloce di gambe e di pensiero. Il segreto? La voglia di migliorarmi»
SULMONA. Valentina Bonasia è figlia di un movimento, quello della pallacanestro femminile, che in Abruzzo stenta ad affermarsi. Quasi una mosca bianca. E la 25enne play maker di Sulmona, giocando in A1 con la maglia di Lucca, continua a smentire un luogo comune: non bisogna per forza essere altissime per giocare al top.
Lei con i suoi 161 centimetri guida Lucca quarta in classifica. «Sono una delle giocatrici più piccole del campionato», ammette Valentina Bonasia, «ma cerco di essere veloce, di gambe e, soprattutto, di pensiero. Se sono qui è anche per la tanta voglia di apprendere e per la determinazione che ho mostrato negli anni nell’ottenere i risultati».
Una carriera nata quasi per caso. «Ero piccola», racconta, «mi ricordo che facevo calcio con i maschi, ma avevo sempre la palla in mano quando ero in casa e simulavo movimenti tipici della pallacanestro. Così mia mamma mi ha portato in palestra, adiacente al circolo tennis dove lavora papà, che è un maestro di tennis». Da piccola Valentina si divideva tra racchetta e basket. «Il tennis era lo sport che mi facevano fare i genitori, il basket la passione. Ho iniziato nel Centro Abruzzo Sulmona allenato da Loredana La Civita, avevo 9 anni. La prima squadra disputava la serie B e io giocavo all’inizio con i ragazzi. Il primo campionato federale è stato quello under 19, anche se io avevo 12 anni. A 15 anni la svolta: vado a fare un torneo estivo a Chieti e lì mi è stata fatta una proposta per andare a Cervia a provare».
Il bivio di una vita, visto che papà premeva per il tennis, mentre la passione della ragazzina era per la palla a spicchi. «Decido di andare a provare», racconta la Bonasia, «ma mi dicono che l’altezza limitata non giocherà a mio favore e che la società avrebbe puntato sulle ragazze più possenti fisicamente. Nonostante ciò, riesco a impormi. Cervia faceva la serie A2, ma nel primo anno gioco solo nelle giovanili, under 17 e 19; nel secondo anno inizio a giocare in A2; vinciamo lo scudetto under 19, ma Cervia nel 2012 non si iscrive al campionato».
Ormai la carriera ha preso il volo. «Vado a Vigarano Mainarda (provincia di Ferrara, ndr), riparto dalla serie A3 e in due anni, grazie ad altrettante promozioni, saliamo in A1. Io, però, decido di fare la prima esperienza di A1 (dal 2014 al 2016) a Battipaglia; poi, scendo di categoria a Orvieto in A2 per tornare in A1 a Broni dal 2017 al 2019. E la scorsa estate sono arrivata a Lucca». Con una missione. «Siamo una squadra giovane, una scommessa. L’obiettivo è giocarsela contro tutti e tutto e così sta accadendo. Puntiamo ai play off». In un campionato con valori delineati. «Non penso che sia scarso. Ma c’è tanta differenza tra le prime tre (Schio, Venezia e Ragusa) e le altre. Una differenza di budget e, di conseguenza, di qualità delle straniere che fanno la differenza, ovviamente».
A 25 anni è anche l’ora di guardarsi allo specchio. «Da quando, a 15 anni, sono uscita di casa sono sempre stata animata dalla voglia di imparare. Cerco di prendere dalle altre, di fare qualcosa di nuovo. Adesso, al decimo anno che gioco fuori casa, la mentalità è diversa: il basket non è solo passione, ma anche un po’ lavoro». Le donne del calcio rivendicano lo status di professioniste, nel basket? «Noi non siamo molto seguite, il calcio ha avuto questo exploit la scorsa estate, ma anche noi abbiamo ambizioni, nonostante siamo meno considerate. Bisogna verificare, però, se la struttura regge il salto di qualità, adesso si fa sempre più fatica a fare squadre di livello. Se aumentano costi, non so chi si metterà più in gioco. Però, è vero che noi ragazze una volta finito di giocare restiamo con un pugno di mosche in mano».
L’aspirazione era e resta la maglia azzurra. «Sì, il sogno nel cassetto è quello: arrivare in Nazionale».
A Sulmona, dove risiedono mamma Adele e papà Giancarlo (la sorella Sara studia a Lugano), è stata a Natale l’ultima volta. «L’Abruzzo visto da lontano? Siamo un po’ arretrati, abbiamo tante risorse, ma le sfruttiamo male. Posti bellissimi, ma non valorizzati».
Nel cassetto ci sono un diploma scientifico e una laurea triennale in Scienze motorie (in attesa di finire la specialistica), il cuore è di Alessandro, un giovane conosciuto nell’esperienza a Broni, ma lei continua a sfidare il pregiudizio del basket: non è necessario essere altissime per centrare il canestro.
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