Sacchetti, l’oro di Roseto «Io, mio padre e l’Italia qui per andare in A2»

L’ala si racconta dopo gli anni dello scudetto e della Nazionale «In città si vive per il basket, voglio regalarmi un’altra gioia»
ROSETO. Il percorso netto della Liofilchem Roseto capolista è andato oltre le più rosee previsioni: tutti sapevano che la squadra costruita fosse interessante, nessuno poteva aspettarsi un amalgama così veloce. Il leader del team è il capitano Brian Sacchetti, 38 anni, ruolo ala forte, ex azzurro con in tasca un indimenticabile scudetto a Sassari e tanta serie A alle spalle.
Sacchetti, Roseto è prima a punteggio pieno. Una casualità?
«Nulla avviene per caso. Giochiamo un torneo difficile, una specie di A3. Il lavoro fatto si vede ma abbiamo un potenziale ancor più grande».
L’obiettivo è fare meglio dell’anno scorso, dunque vincere?
«Sicuramente. Lavoriamo per arrivare a giugno con una convinzione e uno stato di forma importante. Ma con un finale diverso».
Quali sono state le sue motivazioni per venire a Roseto?
«La voglia è negli stimoli, sono un uomo che vive di sfide, fortunato a poter competere per qualcosa di importante in un periodo che di certo non è la mia primavera».
Roseto le aveva promesso tutto questo?
«È il motivo per cui sono qui: mi ha dato la possibilità di essere importante in un posto dove c’è tutto per vincere e una passione smisurata per il basket. E poi mi piace esser d’aiuto ai compagni più giovani dando indietro quegli insegnamenti ricevuti dai miei vecchi ex».
Lei è figlio d’arte, suo papà è Romeo “Meo” Sacchetti, ex giocatore, allenatore di club e della Nazionale: dopo esser venuto a trovarla a settembre cosa le ha raccomandato?
«Voleva vedere se qui stavo bene ed è ripartito soddisfatto. Mi ha detto che mi ha visto sereno, indispensabile per poter esprimere tutto il mio potenziale».
Una tranquillità che sembra anche familiare, vero?
«Esatto. Con mia moglie Manuela e mia figlia Nicole viviamo qui e stiamo benissimo, ma ho anche un’altra figlia più grande che si chiama Rebecca. Nicole va matta per i miei compagni, è già la mascotte del gruppo».
L’idolo giovanile?
“Bryant, il Jordan della mia generazione: avevo 10 anni e lo guardavo in tv. Restai folgorato».
Un ricordo dell’esordio nel basket pro?
«Sono tanti: il primo anno in B a Castelletto Ticino a 17 anni, l'esordio in Lega 2, quello in serie A con Ferrara perdendo a Teramo, la Nazionale. Ricordo tutto ma mi piace vivere il presente».
Il compagno di squadra del cuore?
«I sassaresi Chessa, Vannuzzo e De Vecchi e poi Mazzola, Luca Vitali, Trevis Diener».
L’avversario più forte?
«Due nomi: Antetokounmpo e Jokic (entrambi in Nba, ndc), avversari ad Atene con la Nazionale. Fenomeni».
Il suo allenatore era suo padre che la lasciò a casa come ultimo taglio ai Mondiali. Come la prese?
«È duro ma fa parte del gioco. Una scelta che era pure condivisibile guardando agli altri nel mio ruolo:, ma ogni tanto a papà glielo rinfaccio e lo fa pure mia mamma Olimpia».
Momento top giocando nei club?
«Ho avuto la fortuna di vincere in B1, in A2 e in A1. Scontato il triplete di Sassari con mio padre da coach come il momento più bello della mia carriera».
E in azzurro?
«Il mio secondo esordio nel 2017 dopo aver assaggiato la sperimentale nel 2009: vittoria contro la Croazia a Zagabria».
La sua esperienza più bella in assoluto?
«La nascita delle mie figlie Rebecca e Nicole e il matrimonio con mia moglie Manuela. Sperando ovviamente di vivere insieme un’altra emozione forte a fine stagione».
Marco Rapone
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