Tiralongo, l’ultimo azzurro a trionfare in Abruzzo: «Un giorno memorabile»

14 Maggio 2021

Nel 2012 vinse a Rocca di Cambio battendo il compianto Scarponi «Tappa vinta d’astuzia. Ciccone può essere leader degli scalatori»

L’ultimo corridore italiano a vincere una tappa del Giro d'Italia in Abruzzo è stato Paolo Tiralongo. Il 43enne siciliano, attuale ds della formazione dilettantistica del Team Palazzago, trionfò a Rocca di Cambio battendo allo sprint il compianto Michele Scarponi (scomparso nel 2017). A 9 anni di distanza da quel 12 maggio 2012 Tiralongo racconta al Centro le emozioni di quella giornata e fa un commento sull'edizione della corsa rosa che ha preso il via sabato scorso.
Che ricordi ha del suo successo di tappa a Rocca di Cambio?
«Era un arrivo in salita diverso rispetto a quello di quest'anno a Campo Felice. Affrontavamo una frazione lunga più di 200 km, con partenza da Recanati. L'andatura era forte e sono riuscito a spuntarla allo sprint su Scarponi. Giocai d'astuzia, fingendo di staccarmi quando lui si girava. Alla fine eravamo entrambi al massimo dello sforzo e gli ultimi metri premiarono me. Nel gruppo alle mie spalle c'era il canadese Ryder Hesjedal, che poi si aggiudicò quella edizione del Giro».
Cosa prova nel rivedere Scarponi a lottare con lei in quello sprint?
«Mi emoziono. Michele era un amico e un valido avversario. Di lui resta il ricordo di una persona eccezionale e che manca tanto al ciclismo».
Che rapporto ha con l'Abruzzo?
«Al di là della vittoria a Rocca di Cambio, in una delle giornate più belle della mia carriera, mi sono sempre trovato bene in Abruzzo. È una regione accogliente e di grande tradizione nel ciclismo. Fin da dilettante ho fatto tante corse lì e ci sono state tappe molto belle».
La tappa di domenica, con il traguardo di Campo Felice, può dare una scossa alla classifica generale?
«Lo sterrato è insidioso. Chi ci arriva con poche energie nelle gambe potrebbe andare in difficoltà. Non è una tappa decisiva, perchè manca ancora tanto alla fine del Giro, ma è una frazione che può far perdere qualche secondo prezioso ai corridori di classifica».
Chi sono i favoriti per la vittoria del Giro?
«Quest'anno ci sono molti pretendenti. La corsa è aperta. Bernal è uno dei principali favoriti, ma il giovane Evenepoel è un fenomeno e può dire la sua anche per le prime posizioni della classifica. Non sottovaluterei Vlasov (il russo dell'Astana, ndc), che ha accanto un ds d'esperienza come Giuseppe Martinelli. La squadra che invece può sorprendere è la Bahrain di Caruso».
Che ne pensa di Giulio Ciccone?
«L'anno scorso Giulio ha avuto il Covid e bisogna vedere come ha recuperato. Questo virus può lasciare degli strascichi anche per diverso tempo. Se sta bene Ciccone può puntare a vincere qualche tappa di montagna e magari aggiudicarsi la maglia azzurra di miglior scalatore come già è avvenuto due anni fa».
Nibali, invece, che ambizioni può avere in questo Giro?
«Vincenzo ha tanta esperienza e a livello mentale è il più forte del gruppo. Ha recuperato a tempo di record dall'infortunio al polso, perciò il suo stato di forma va monitorato giorno per giorno. Non è il Nibali di qualche anno fa, ma se fossi nei suoi avversari non lo perderei mai di vista».
Lei è il ds di una squadra di corridori dilettanti. Che messaggio vuole trasmettere ai giovani?
«Il ciclismo è fatto di sacrifici e sofferenza. Solo chi capisce questo può sperare di fare carriera. Oggi, purtroppo, molti giovani non hanno più i valori di una volta».
Gaetano Lombardino