A Nisida per cercare i resti di Forti, il prete patriota

17 Giugno 2015

Gruppo di Cesacastina in visita all’isola dove nel 1851 fu rinchiuso l’antiborbonico Fece suonare a morto le campane delle chiese di Teramo contro Ferdinando II

TERAMO. Gli ideali, la passione, l’operato di don Michelangelo Forti sopravvivono al passare degli anni, anzi dei secoli. Patriota, sacerdote e insegnante al Reale collegio aprutino, Forti nacque a Cesacastina di Crognaleto nel 1798 e morì prigioniero nel bagno penale di Nisida nel 1856. Fervente antiborbonico, non fece in tempo a vedere l’unità d’Italia.

Le gesta del sacerdote patriota non sono state dimenticate dal borgo natio, che sabato ha fatto una spedizione nell’isola di Nisida, che ora ospita un istituto penale per minori, alla ricerca delle spoglie del prete. Il gruppo ha portato con sè una lapide in pietra arenaria scolpita da Serafino Zilli con su scritto “A don Michelangelo Forti. Cesacastina non ti dimentica”. E ha portato anche un sacco di terra del borgo di Combrello, dove nacque il letterato: è stato consegnato ai ragazzi rinchiusi a Nisida, la useranno per realizzare il sostegno alla lapide, che sarà installata davanti al cimitero borbonico – ormai in abbandono – dove si suppone siano le spoglie del prete, morto di tifo. «L’iniziativa è stata possibile grazie all’associazione “Napolinternos” del presidente Francesco Vigilante Rivieccio che, con l’onlus “Il meglio di te”, ci ha consentito l’accesso all’isola, altrimenti blindata», spiega Concetta Zilli, organizzatrice dell’iniziativa e cultrice delle tradizioni di Cesacastina, «con noi hanno visitato i luoghi in cui morì il sacerdote, i suoi pronipoti Vincenzo, Domenico e Michelangelo Forti e Nicolò Toppi. Sono stati momenti da una parte commoventi, dall’altro importanti per il recupero della nostra storia». Non a caso sulle gesta di Forti sta scrivendo un libro la scrittrice rosetana Giovanna Forti.

«Don Michelangelo fece molto per le nostre zone di montagna, soprattutto per l’istruzione», ricorda Concetta Zilli, «partecipò alla rivoluzione del 1848, con i fratelli De Philippis Delfico, fu condannato a 24 anni di carcere duro nel bagno penale di Nisida. Quando gli fu offerta la libertà in cambio dell’insegnamento ai figli del re Ferdinando II, sdegnosamente rifiutò. Era stato rinchiuso perchè quando giunse a Teramo la notizia dei morti a Napoli di via Toledo, anziché come consuetudine borbonica festeggiare l'onomastico del re del 30 maggio con sfarzo, luminarie e il canto del Te Deum, celebrò una messa per ricordare i patrioti trucidati dai Borbone. E fece in modo che le campane delle chiese di Teramo, incluso il duomo, invece di suonare a festa per il re, suonassero "a morto"». Questo gli valse gli arresti e la deportazione a Nisida. (a.f.)

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