la saga del simbolo comunista continua

Appello della Fondazione Einaudi «Donate a noi la falce e martello»

8 Settembre 2026

Il presidente Benedetto scrive al sindaco Altitonante dicendosi disponibile a custodire il manufatto

«Una società liberale non teme i simboli delle idee che ha combattuto e che continua a contrastare»

MONTORIO AL VOMANO

Una nuova casa per la falce e martello di Montorio al Vomano. Ad offrire ospitalità al manufatto in ferro battuto, fatto rimuovere dal sindaco dal vecchio muraglione che lo ospitava da oltre mezzo secolo, è la Fondazione Luigi Einaudi. Con una lettera inviata al primo cittadino montoriese Fabio Altitonante, il presidente Giuseppe Benedetto chiede formalmente all’amministrazione comunale di donare l’opera artigianale affinché possa essere custodita in un luogo capace di tutelarne e preservarne la memoria e il peso storico che porta con sé. La falce e martello, realizzata da artigiani montoriesi nel Dopoguerra e simbolo delle lotte dei lavoratori nella vallata del Vomano negli anni ’50 del ’900, è stata fatta rimuovere dal sindaco circa un mese fa scatenando una serie di polemiche e critiche da parte di associazioni, collettivi e partiti politici che hanno scavalcato ampiamente i confini abruzzesi.

La Fondazione Einaudi va oltre le proteste e fa la sua proposta: «Abbiamo appreso della rimozione da un muraglione del lungo fiume di Montorio al Vomano di un simbolo della falce e martello realizzato in ferro battuto oltre settanta anni fa. Nella mia qualità di presidente della Fondazione Luigi Einaudi, mi permetto di rivolgerle una richiesta che potrebbe apparire singolare soltanto a chi consideri la storia come un catalogo dal quale espungere, secondo la sensibilità del momento, ciò che non piace più», si legge nella lettera inviata da Benedetto ad Altitonante, «La Fondazione sarebbe disponibile ad accogliere quel simbolo, qualora l’amministrazione comunale intendesse donarglielo, e a conservarlo nella propria sede o in luogo confacente».

Il manufatto in ferro battuto, spiega il presidente, rappresenta «quanto di più distante possa esservi dalla storia, dalla cultura e dai principi della Fondazione Luigi Einaudi, nata nel 1962 per iniziativa di Giovanni Malagodi e da sempre impegnata nella difesa della libertà individuale, dell’economia di mercato e dello Stato di diritto. Proprio questa distanza, tuttavia, conferisce alla nostra richiesta il suo pregnante significato. Una società liberale non teme i simboli delle idee che ha combattuto e che continua a contrastare. Li studia, li conserva, li colloca nel loro tempo e, soprattutto, non immagina di poter cancellare la storia rimuovendone le tracce materiali. La memoria non è un’onorificenza concessa soltanto a ciò che approviamo: è anche testimonianza degli errori, delle illusioni e dei conflitti attraverso i quali una comunità ha costruito la propria identità».

Spiegazioni e motivazioni, quelle del presidente della Fondazione, che mirano a rimarcare il peso della storia e dei simboli che ne hanno sintetizzato passaggi, lotte, traumi, fasi e conquiste.

«È la logica della cancel culture», prosegue Benedetto, «quella per cui si abbattono le immagini nella speranza di cancellare le idee, come se la rimozione di un simbolo, il vuoto lasciato, potesse cancellare il giudizio e la complessità della storia. Ed è questa logica che combattiamo, da qualunque parte politica arrivi. Il liberalismo segue una strada diversa. Non distrugge le testimonianze dei propri avversari, perché sa che la libertà si difende anche conservando la memoria di ciò che libertà non fu. Accogliere nella casa di Luigi Einaudi una falce e martello non significherebbe dunque rendere omaggio al comunismo, ma riaffermare un principio più forte: le idee si confutano, i regimi si giudicano, la storia si comprende; nulla di tutto questo richiede che se ne cancellino le vestigia».

Per tali ragioni il presidente Benedetto chiede formalmente al sindaco di Montorio di valutare la donazione del manufatto alla Fondazione Luigi Einaudi, che si impegnerebbe a custodirlo e a preservarlo. «Sarebbe, credo, un gesto capace di trasformare una rimozione in un’occasione di riflessione e di dimostrare che la memoria può essere sottratta tanto alla nostalgia quanto alla furia iconoclasta», conclude la missiva che alla firma in calce fa precedere una richiesta di riscontro alla proposta.

La Fondazione Einaudi ha la sua sede a Roma, in via della Conciliazione. Ed è qui, laddove dal sindaco arrivasse il via libera alla donazione, che la falce e martello di Montorio potrebbe trovare spazio. La Fondazione conta articolazioni e sedi in tutta Italia: il referente abruzzese è Jacopo D'Andreamatteo e c’è una sede a Teramo.

Nei giorni successivi alla rimozione del manufatto il dibattito si è infiammato: inizialmente a Montorio, dove la decisione del sindaco ha indignato molti ritenendo il gesto una sorta di oltraggio alla storia e alla memoria collettiva del paese. Il locale circolo del Partito democratico, tramite il segretario Mario Tertulliani, aveva chiesto al Comune di prendere in custodia la falce e martello ma la richiesta non aveva - e non ha ancora - sortito effetto. In breve tempo il caso ha assunto proporzioni sempre più ampie con un dibattito che si è esteso a macchia d’olio. Per giorni si sono susseguiti interventi di politici e amministratori locali e nazionali; di vertici dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani), di associazioni e collettivi di sinistra e di realtà antifasciste.

E poi c’è stato chi è passato dalle parole ai fatti: due settimane fa la falce e martello è ricomparsa. Non in ferro battuto rosso, ma disegnata con vernice rossa. Qualcuno, infatti, ha ricalcato l’impronta lasciata sul vecchio muraglione dal manufatto rimosso e il simbolo delle lotte dei lavoratori è tornato in qualche modo a campeggiare lì dove era sempre stato.

C’è chi ha letto nel gesto dell’ignota mano un atto di romantica rivalsa e chi, cioè l’amministrazione comunale, l’ha definito imbrattamento.

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