Di Dalmazio: per l’aiuto ai disabili non ci vuole l’avviso di garanzia

Il candidato polemico con Morra: chieda ai suoi perché non hanno approvato il piano anti-barriere Nel programma dei civici un «sistema città» che si sviluppa dal centro alle frazioni verso la regione
TERAMO. «Per i disabili non serve prendersi un avviso di garanzia». La campagna elettorale si accende di toni polemici sugli impegni per il sociale. Il candidato sindaco dei civici scissionisti dal centrodestra Mauro Di Dalmazio risponde per le rime al suo avversario Giandonato Morra che si farebbe denunciare pur di rimettere in bilancio i fondi dimezzati per l’assistenza scolastica ai diversamente abili. «Non so fare demagogia», ammette l’aspirante primo cittadino che nel suo programma ha dedicato un capitolo a misure per «garantire a tutti l’accessibilità in città, rendendola anche così più attrattiva». Di Dalmazio rincara la dose. «L’amico Giandonato si faccia spiegare da quelli che stanno con lui», insiste, «perché in tre anni non hanno approvato il piano per l’abbattimento delle barriere architettoniche».
La bordata agli ex alleati della maggioranza in Comune scatena il fragoroso applauso dei sostenitori di “Al centro per Teramo” e “Azione politica” che affollano la sala polifunzionale della Provincia. Di Dalmazio li ha chiamati a raccolta per lanciare il suo programma con una convention in pieno stile comunicativo renziano. Lui, in maniche di camicia, passeggia da una parte all’altra del palco, lascia spazio alle testimonianze di alcuni aspiranti consiglieri e traccia gli scenari strategici per la città intervallando il suo intervento con video e infografiche. «Teramo è il fine o lo strumento per coltivare orticelli personali e perseguire logiche di altro tipo?», attacca, «è la risposta a questa domanda che fa la differenza di progetto». Quello proposto da Di Dalmazio «non ha altro scopo che non sia la città e la sua crescita». Nulla a che vedere, rivela, con il civismo della colazione di Gianguido D’Alberto svenduto al Pd del potere in Regione «per un piatto di lenticchie, per la paura di non farcela da soli». Lui e la sua squadra di «uomini e donne che non chiedono e non devono restituire nulla, ma solo dare il loro coraggio e la loro energia» hanno un’idea chiara della città da costruire inseme. L’idea base è quella della centralità del capoluogo, da recuperare con azioni che partendo dalle potenzialità culturali, ambientali e urbanistiche si irradino sulle direttrici per Ascoli, la costa, l’Aquila e le arre interne della regione. «I progetti ci sono, ma vanno messi a sistema», osserva il candidato, «non come avvenuto finora con il primo che si alza e dice dove vuole mettere l’ospedale o il polo scolastico». Di Dalmazio non nasconde l’apprezzamento per il piano di recupero dell’ex manicomio. Ne vuole però verificare la concretezza e soprattutto vede un problema in prospettiva. «Quell’intervento così articolato rischia di sbilanciare il centro storico», spiega, «per cui va attivato un meccanismo di riequilibrio nell’area di Porta Romana». Determinante nel «sistema città» saranno anche le frazioni a cui non si posso destinare «solo qualche residuo di bilancio per rifare la tappezzeria a seconda della vicinanza all’assessore di turno». Delle aree periferiche vanno valorizzate le caratteristiche storiche e territoriali con incentivi agli investimenti per attività commerciali ed enogastronomiche. Il candidato pensa al «Comune in movimento», con un’unità mobile dell’ente che porti in giro funzionari per i servizi ai cittadini. Defiscalizzazione e spazi di lavoro condiviso saranno gli strumenti a sostegno dei giovani imprenditori. «Le risorse ci sono», conclude, «si possono tagliare le spese, attirare capitali privati e puntare ai fondi strutturali europei: il resto sono fandonie».
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