Di Giosia, un anno in trincea «Il Covid ha cambiato la sanità»

Il direttore generale della Asl ripercorre la lotta alla pandemia: «A febbraio siamo partiti da zero e in autunno siamo andati in difficoltà, ma siamo riusciti a creare un modello e strutture nuove»
TERAMO. L’immagine di Maurizio Di Giosia che all’ingresso dell’ospedale Mazzini riceve dalle mani di un alpino la prima confezione di vaccini anti-Covid destinati all’Abruzzo ha chiuso con un messaggio di speranza il terribile 2020. Non è un caso che sia toccato al direttore generale dell’Asl di Teramo il ruolo di personaggio-simbolo del passaggio cruciale tra la guerra difensiva e l’offensiva per debellare il virus, appena avviata con la vaccinazione. Non è un caso sia perché nell’anno appena trascorso Di Giosia è stato colpito personalmente, e in modo durissimo (il contagio gli ha portato via il fratello), sia perché all’azienda sanitaria teramana la Regione ha riconosciuto un ruolo di guida nella lotta alla pandemia. Nel giorno di Capodanno il manager ha accettato di parlare con il Centro di quanto è stato fatto, si sta facendo e si farà sia per fronteggiare il virus, sia per migliorare la sanità teramana.
Di Giosia, torniamo al febbraio dell’anno scorso. L’arrivo della pandemia come ha trovato la Asl di Teramo?
«Abbiamo iniziato da zero. Io ero un facente funzione, senza un direttore amministrativo, con una direttrice sanitaria vicina alla pensione. Mi sono trovato da solo, è stata dura. E di fronte a una cosa così nuova all'inizio ti senti pure spaesato. Io però avevo un presentimento, sentivo che stava arrivando qualcosa di grave e fin dalle prime riunioni dissi da subito che bisognava attrezzarsi in tutti i modi».
Quali sono state le scelte fatte per recuperare terreno di fronte alla prima ondata?
«Ho costituito immediatamente l’unità di crisi, che mi ha dato una grande mano per preparare percorsi e protocolli. E poi mi sono fatto un gruppo di lavoro ristretto con cui tutti i giorni, tuttora, ci si vede e si pianifica il da farsi. A marzo ci siamo dovuti inventare tutto un sistema nuovo di organizzare la sanità. Era una sanità d’emergenza, di guerra. Studiavamo, leggevamo, cercavamo di imparare da chi è più avanti di noi. Bisognava programmare e non improvvisare: lo abbiamo fatto. Ci siamo comprati da soli dispositivi di protezione e tamponi, ci siamo resi conto che era importante agire sul territorio e abbiamo anticipato la creazione dell’Ucat, l’unità per le cure territoriali, rispetto alla Regione, tant'è che la nostra delibera ha fatto da base per tutto l’Abruzzo. In quel momento erano saltati tutti gli schemi, bisognava assolutamente stabilire chi doveva fare cosa e come farla. Sul fronte ospedaliero è stata individuata Atri per fronteggiare il focolaio della Val Fino, ma non solo per vicinanza geografica: Atri aveva un’organizzazione migliore e più posti letto e ci ha permesso di gestire la situazione. Un’altra arma vincente è stata l’apertura della Rsa di Giulianova per i malati in via di guarigione, tant'è che a fine giugno avevamo un solo positivo, eravamo arrivati a debellare il virus».
Non sono state tutte rose e fiori: i casi tra pazienti e personale del Mazzini hanno creato il panico tra la gente.
«Vero, e quel clima di paura creato da qualcuno con dichiarazioni sbagliate rischiava di compromettere il Mazzini. Che però, sottolineo, non è mai stato chiuso neanche un giorno, sia nella prima che nella seconda ondata».
Poi è venuta l’estate e tutto sembrava passato. Grave errore...
«Ma io ho sempre criticato la riapertura totale e la gente che non usava alcuna precauzione, sapevo che non poteva essere finita lì e infatti la pandemia è riesplosa. Nel frattempo il 7 luglio sono diventato direttore effettivo e ho potuto nominare un direttore amministrativo (Santarelli, ndr) e un direttore sanitario di mia fiducia (Brucchi, ndr). Ed è stato importante».
Si poteva fare di più per evitare i numeri terribili della seconda ondata?
«Si poteva fare di più stando più attenti prima, arrivavano sentori da altri Paesi e invece da noi la gente era troppo tranquilla. Non c'è stata una presa di coscienza, così la gente al ritorno dalle vacanze ha attivato i primi focolai; poi riapertura delle scuole, cene, compleanni e serate da ballo hanno sparso di nuovo il contagio. C’è stata anche la superficialità di alcuni medici, vedi il caso di Montorio dove il focolaio è partito da tre di loro».
Perché le Asl abruzzesi in autunno sono andate di nuovo in difficoltà?
«All'inizio a Teramo la seconda ondata ci ha messo in crisi perché la struttura non era adeguata a certi numeri, sia sul territorio che negli ospedali. Ci siamo dovuti rimboccare le maniche e aprire due ospedali Covid: Atri si è sacrificato di nuovo e si è sacrificato Giulianova, questo ci ha permesso di tenere Sant'Omero libero dal Covid e salvaguardare l'attività operatoria. A Teramo siamo stati bravi in 25 giorni a preparare la Rianimazione Covid al terzo lotto, e presto tutto il terzo lotto sarà dedicato al virus. Quanto alle difficoltà avute sul territorio, in primavera avevamo creato una struttura piccola: un conto è gestire mille casi, un conto diecimila. Adesso a Casalena c'è una struttura dove lavorano circa 100 persone, e faccio notare che non è stato facile reperire questo personale e formarlo».
Com’è stata la gestione dei contagi nelle scuole?
«A Teramo siamo stati i primi fare una circolare, anche andando in contrasto con gli organi scolastici, e si è dimostrata un’arma vincente perché abbiamo tamponato i contagi chiudendo le scuole a seconda delle situazioni specifiche».
Cosa significa che siete stati la prima Asl abruzzese a vaccinare?
«È stato un riconoscimento, perché dalla Regione c'è fiducia in noi. Peraltro, siamo l’unica azienda che ha iniziato i lavori della rete Covid regionale, stiamo realizzando 21 posti di terapia sub intensiva al terzo lotto del Mazzini che saranno pronti a febbraio. Entro fine febbraio metteremo al terzo lotto anche il 118 in modo da raddoppiare il pronto soccorso con due percorsi e fare a meno delle strutture esterne».
Finora, però, l’Asl teramana è stata la Cenerentola in Abruzzo nella distribuzione di fondi e personale.
«Una delle mie battaglie è invertire questo trend. Su soldi e personale abbiamo inviato il 30 dicembre alla Regione una relazione dettagliata e vogliamo ottenere il giusto, di sicuro se si resta con questi criteri di assegnazione delle risorse la nostra diventerà un’azienda non più gestibile. Abbiamo spese milionarie solo per mantenere le strutture vecchie e stiamo comprando strumenti diagnostici modernissimi. Confidiamo nella giunta regionale, già c'è una svolta ma ora devono darci il giusto».
L’obiettivo primario della gestione Di Giosia qual è?
«Noi dobbiamo fare in modo che il cittadino di Teramo si curi a Teramo. Quindi dobbiamo strutturarci in modo che l'azienda sia in grado di tamponare il Covid ma anche creare una rete ospedaliera di alto livello. Sarà importante fare il nuovo ospedale, Teramo lo merita. Ma il salto di qualità va fatto non solo nel contenitore ma anche nei contenuti, stiamo facendo tutti i concorsi da primario per gestire al meglio i quattro ospedali. E poi dev'esserci una gestione migliore del territorio, la prima risposta da dare è lì. In ospedale devono andare solo gli acuti. Abbiamo creato una commissione mista ospedale-territorio per studiare tutti i vari percorsi di cura. Bisogna finalmente fermare la mobilità passiva».
Qual è il bilancio finale del suo 2020?
«Sono soddisfatto del lavoro svolto e della grande risposta data dal personale a un’emergenza mai vista. Certo, non abbiamo potuto fermare del tutto questa pandemia, tante persone sono morte e tra queste mio fratello. Ho pagato un prezzo alto al Covid e mi dico tutti i giorni che dobbiamo batterlo definitivamente. Il vaccino sarà importante. Ma ripeto sempre che il vaccino migliore sono il distanziamento e la mascherina».
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