Fabiana bruciata e abbandonata: «L’amico deve essere processato»

La tragedia di Giulianova: udienza a novembre. C’è la richiesta di rinvio a giudizio per il 59enne accusato di spaccio e soppressione di cadavere. Nel suo furgone tracce di Dna di Fabiana Piccioni (nella foto), per la Procura sarebbe stato lui a fornirle la droga
TERAMO. La Procura mette un primo punto fermo in un’inchiesta che gira sulle certezze di un Dna e chiede il processo per l’uomo accusato di aver ceduto la droga e dato alle fiamme il corpo di Fabiana Piccioni, la 46enne di Giulianova trovata semi carbonizzata il 9 gennaio del 2025 dopo un malore letale causato da un mix di sostanze stupefacenti.
A oltre un anno dall’iscrizione nel registro degli indagati di S.M., il 59enne artigiano albanese accusato di spaccio di droga e soppressione di cadavere, l’uomo a novembre comparirà in un’aula di tribunale per l’udienza preliminare durante la quale il giudice dovrà decidere se accogliere la richiesta della Procura (pm Greta Aloisi) o se disporre il non luogo a procedere.
L’uomo (difeso dall’avvocato Antonello Di Biagio) era indagato anche per morte come conseguenza di altro reato, ma per questa ipotesi la Procura ha chiesto l’archiviazione. L’indagine già dai primi momenti ha ricostruito come l’uomo conoscesse bene la donna e come nei giorni successivi alla scoperta del corpo fosse stato lui stesso a chiamare i carabinieri per dire che era pronto a fornire delucidazioni sulle sue frequentazioni con la 46enne ma che non c’entrava niente con la morte e con quello che era successo. Lo aveva fatto con una telefonata dall’Albania dove in quel momento si trovava. Quando rientrò a Giulianova si presentò ai militari per raccontare che conosceva la donna, che si erano visti prima della sua scomparsa così come era già successo anche altre volte in passato, ma che sicuramente non sapeva cosa fosse successo e che l’ultima volta che l’aveva incontrata era stato poco prima della sua scomparsa. Le indagini, soprattutto quelle basate sull’incrocio di tabulati e celle telefoniche, avrebbero rivelato altre circostanze a cominciare dai primi accertamenti depositati dal Ris che hanno stabilito la presenza del Dna dell’indagato sul corpo della donna. Elemento, quest’ultimo, a conferma dell’incontro tra i due prima della scomparsa della donna così come ammesso allo stesso artigiano nell’interrogatorio con i carabinieri. Sul furgone dell’uomo, che all’epoca gestiva un’impresa di pulizie, è stato ritrovato un capello della donna così come stabilito dagli accertamenti del Dna. Secondo l’accusa della Procura, dunque, sarebbe stato lui a dare fuoco alla 46enne dopo aver trasportato il corpo con il furgone.
La vittima, che in passato aveva lavorato come estetista e barista, aveva svolto attività di volontariato e aveva partecipato a gruppi di preghiera nel santuario dello Splendore dopo un periodo trascorso in una comunità di recupero. Nel 2019 si era candidata come consigliera comunale con la lista “Idea”. I familiari della donna in più occasioni, anche tramite gli avvocati Antonino Orsatti e Pierfrancesco Manisco, hanno lanciato appelli per chiedere che nessuno dimentichi quello che è successo e in più occasioni hanno ringraziato investigatori e inquirenti per le indagini portate avanti, non senza difficoltà, per fare chiarezza sulla morte della loro Fabiana.
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